Intervista – Christian Iansante: “Il doppiaggio è un tradimento, ma è necessario”

Intervista – Christian Iansante: “Il doppiaggio è un tradimento, ma è necessario”

Il noto doppiatore italiano ha parlato anche del prossimo Captain America e del suo lavoro da docente.

MAG 02, 2016
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Intervista – Christian Iansante: “Il doppiaggio è un tradimento, ma è necessario”

Christian Iansante è uno dei doppiatori italiani più conosciuti e più richiesti. Bradley Cooper, Jeremy Renner nella saga degli Avengers e Andrew Lincoln in The Walking Dead, sono solo alcuni degli attori che riusciamo subito a riconoscere grazie alla sua voce. Ma di grandi attori ne ha doppiati tanti altri, da Johnny Depp a Joseph Fiennes, passando per Christian Bale fino a Ewan McGregor che rappresenta l’inizio della sua carriera grazie a Trainspotting. Da qualche anno ha deciso di insegnare il suo lavoro: è docente dell’Accademia del Doppiaggio di Roma, Milano, Firenze, Pescara e Padova. Iansante ha deciso di rispondere ad alcune domande per Il Pomeriggio e parlarci di un lavoro che spesso divide gli amanti del cinema ma che, come dice lui stesso, è indispensabile.

Ciao Christian e grazie per la tua disponibilità. La prima domanda riguarda il tuo prossimo lavoro, in uscita nei cinema tra pochi giorni, Captain America: Civil War, dove tu sei la voce di Jeremy Renner (Hawkeye). Com’è lavorare per la Marvel, in una produzione così grande?

Lo dico con sincerità, a me i film della Marvel non piacciono. Lo faccio per un motivo semplice: i soldi. Il doppiatore fa un lavoro che non deve sempre condividere. Ti faccio un esempio: se fossi un pasticcere dovrei preparare i babà anche se non mi piacciono, così come se fossi un violinista del Festival di Sanremo suonerei bene anche se la canzone che sto suonando non rientra nei miei gusti. Ci sono dei prodotti che non amo, ma sono un professionista e quindi in quel momento il film che sto doppiando diventa il più importante al mondo. Il nostro lavoro in un film come questo è molto tecnico, privo di aspetto emotivo e, quindi, noioso. Io ho cercato di replicare al meglio ciò che esce dall’interpretazione originale, anche perché è ciò che un doppiatore fa: replica, non crea. Lavoriamo in base a delle tempistiche stabilite da un altro, cioè da un attore che parla una lingua diversa dalla nostra e che ha fatto suo un determinato personaggio dopo mesi. Sotto l’aspetto creativo è quindi un lavoro meno marcato, ma questo non vuol dire che la recitazione vocale non debba comunque trasferire qualcosa da un punto di vista emotivo, altrimenti rendi un pessimo servizio alla persona che stai doppiando.

Tu sei partito dalla radio, in Abruzzo. Come hai iniziato a fare questo lavoro?

Io ho iniziato con la radio a Chieti Scalo nel 1978 e fino al 1983. Sono stati cinque anni lunghissimi, in cui ho condiviso questa passione con Giampaolo Ferrante che purtroppo non c’è più. Eravamo una grande coppia. Ho iniziato con Radio Gamma, mentre l’ultima è stata Radio Flash Abruzzo, dove c’erano Gianfranco Valli ed Elia Iezzi, che di fatto è il mio padre artistico. Lui aveva già fatto doppiaggio per diversi anni. Poi a Pescara ho fatto laboratorio teatrale, esperienza che mi ha permesso di capire cosa non dovevo fare visto che poi quando sono andato a Roma ho capito che tutto quello che avevo fatto fino a quel momento era sbagliato. Il lavoro l’ho imparato proprio a Roma, sul campo, certo ho fatto anche diversi corsi, ma è l’esperienza diretta che mi ha formato.

Come hai appena detto, ti sei formato con l’esperienza diretta. Oggi, invece, chi vuole affacciarsi a questo mondo ha a disposizione degli strumenti come l’Accademia del Doppiaggio dove tu sei docente. Com’è insegnare?

Insegnare è un’esperienza straordinaria. Ho a che fare con persone che sono agli inizi, che si imbarazzano, che fanno errori frutto della verità. Una delle prime cose che dico agli studenti è che in questo lavoro non bisogna assolutamente preoccuparsi del giudizio: se ci si imbarazza, o ci si libera subito di questo problema oppure è meglio fare un altro mestiere. In qualche modo, loro mi fanno restare con i piedi per terra, impedendomi di diventare meccanico e preconfezionato dopo tutti questi anni ad alti livelli. Mi fanno vivere l’emozione: non viverla più è la morte del doppiaggio. La soddisfazione più grande è sapere di aver cambiato la vita a tante persone che non avrebbero mai fatto questo mestiere senza l’Accademia.

Eppure il doppiaggio italiano è spesso criticato. Recentemente anche un attore che tu hai doppiato in passato, Vincent Cassel, vi ha addirittura definiti una “mafia”.

Vincent Cassel ha detto una cosa senza pensare, sono dichiarazioni che trovano il tempo che trovano. Lui, e tutti coloro che criticano il doppiaggio italiano, dovrebbero rendersi conto che un prodotto non doppiato non vende biglietti al cinema. Sia ben chiaro, i detrattori hanno ragione: il doppiaggio è un tradimento. Ma se secondo loro il doppiaggio dovrebbe essere abolito, allora si prendano la responsabilità imprenditoriale di aprire un loro Multiplex, lo chiamino pure “Il Multiplex del Diritto”, visto che secondo loro è un diritto vedere i film in originale e, quando a fine mese avranno venduto venti biglietti in totale e dovranno pagare le spese e i dipendenti, si renderanno conto di cosa significa. Questa è la realtà, il resto sono solo chiacchiere. Purtroppo la loro è demagogia, tutta italiana.

In alcune interviste hai parlato di questo lavoro come una “routine” che impedisce di entrare nel personaggio che si doppia. Cosa intendi con questo?

Bisogna smetterla di pensare che il doppiatore si debba macerare dentro per dare emozioni al personaggio. Questo è un lavoro. La nostra è routine, ma la routine non vuol dire fare male: vuol dire che non devo per forza morire dentro ogni volta che doppio, ma che anzi bisogna dare l’emozione necessaria nei 40 secondi che ci toccano, per poi tornare tranquillamente a parlare dei fatti nostri. Nella routine puoi essere straordinario, senza che questo comporti il doversi portare a casa tutti i personaggi che interpreti. Ad esempio, io ho registrato alcune puntate di un cartone animato prodotto da Netflix che si chiama ‘Rick e Morty’. È un prodotto per adulti, considerata una delle dieci serie più intelligenti della storia del cartone animato. Io sono Rick, uno scienziato pazzo che si muove attraverso degli universi paralleli, portandosi dietro questo assistente un po’ idiota, Morty. Mi ha divertito molto, mi ha dato degli spunti, sentivo la follia del personaggio e sono convinto che avrà molto successo. Questo però non significa che lavoro meglio quando mi sento più coinvolto. Resta comunque un’impresa, e le imprese devono produrre soldi. Toglietevi dalla testa l’idea del romanticismo di questo lavoro! Il nostro compito è produrre denaro! Poi se devo fare il romantico troverò il modo di esserlo, se devo essere ironico lo sarò, se devo fare il santo farò finta di credere in Dio.
E tutto va fatto anche velocemente: noi in una singola sessione registriamo delle scene che un attore gira in tre mesi e mezzo. Molti miei colleghi quando vengono intervistati non parlano di se stessi, bensì di altre persone che non sono loro. Parlano di conflitti interiori, della fatica di far proprio un personaggio, ma in realtà mostrano un mondo che non esiste. Molti nostri allievi non riescono a farcela proprio perché credono che in questo lavori basti portare se stessi, mentre invece noi dobbiamo essere qualcun altro. Bisogna essere pratici, portare a casa la scena, senza farsi troppe ‘pippe’ mentali: la ‘pippa’ non porta a nulla, la verità è nella concretezza. Quando dico queste cose ai miei studenti, spesso mi guardano male. Solo dopo capiscono che le mie parole erano vere, che non avevo alcuna intenzione di abbatterli o demotivarli, ma solo di mostrargli la realtà, senza far credere loro a mondi che non esistono.

Chiudiamo con una curiosità. C’è un attore che non hai mai doppiato e che ti piacerebbe doppiare prima o poi?

Edward Norton. Li ho doppiati praticamente tutti, chi per tanti film come Bradley Cooper, chi per pochi. Lui è l’unico che mi piacerebbe doppiare prima o poi.

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