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APPUNTI DI SCIENZA DEL DR. DAVIDE GHIRARDELLO - Caccia: parliamone
Qualche appunto sul perchè, personalmente, non condivido la caccia.

Lo so, avrei dovuto parlarvi ancora un pochino di clima e di un nuovo modello sviluppato per tentare di aiutarci a fare qualche previsione. Invece mi soffermo un pochino sulla caccia e sul recente dibattito perché sono preoccupato ed arrabbiato.
Arrabbiato, perché proprio non riesco a trovare un’utilità nella caccia. Mi è capitato di parlare con qualche sostenitore della caccia della mia età, e sono rimasto scoraggiato dalle giustificazioni, tra cui la più stupida: aggrega, perché poi ci si siede tutti intorno ad un tavolo a cenare.
Mettiamo in fila un po’ di argomenti. Il primo, il fondamentale, che mi disgusta, è il gusto del “tirare”, di appostarsi e sparare, che caratterizza quello che finora ho compreso essere il cacciatore medio. Chi caccia per mangiare, e solo per quello? La caccia ha funzioni ecologiche? Sì, perché chi caccia è anche in grado di sostenere il suo ruolo ecologico. Se ne ha, è perché si è creato uno squilibrio a monte, che la rende necessaria per ridurre la presenza di specie che possono essere troppo numerose e creare danno ad altre. Non è che si usa l’ecologia per giustificare il proprio divertimento? Sarebbe il caso di sviscerare questo argomento. Non c’è bisogno di divertirsi nel compiere una riduzione di individui di una certa specie. Basterebbe far sì che, se proprio fosse necessario, delle figure apposite esercitassero tale delicato ruolo ecologico, ma che soprattutto si ponesse attenzione ad eventuali reintroduzioni dannose. Perché il divertimento deve andare a scapito di altri esseri viventi? Un cacciatore potrebbe dire: io uccido un animale libero, senza condannarlo ad una vita di sofferenza in allevamento. Forse, e dico forse, avrà ragione in alcuni casi. Ed io dico: appunto perché vi sono già gli allevamenti, perché andare anche ad esercitare questo passatempo che si misura in vite strappate? Se poi si creano dei precedenti di rilassamento dei limiti sia nel periodo, sia nelle specie da colpire, non solo si corre veramente il rischio di fare danni ecologici, ma si pregiudicano eventuali limitazioni future, poiché una specie in via di estinzione non si riprende tanto facilmente dalla perdita di individui.
Condivido appieno l’articolo scritto da Umberto Veronesi sul Corriere della Sera di ieri, 29 gennaio. Ecco il link:
http://archiviostorico.corriere.it/2010/gennaio/29/Abolizione_totale_Istinti_primitivi_non_co_8_100129048.shtml
Mi fermo qui, ma riprenderemo presto.
A cura di Davide Ghirardello.
30-01-2010
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