Addio a Rombo di Tuono

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Giggiriva un eroe, sempre giovane e bello

di Paolo De Carolis

Nell’Italia che comincia a rialzare la testa, lui è la bandiera che garrisce al Mondo. Forte, bello, giovane, onesto e incontenibile. Lui è Giggiriva, devastatore di porte e difese avversarie. Nessuno è in grado di fermarlo, la dinamite, gelosamente custodita nel suo piede sinistro, fa saltare ogni ostacolo, lenisce tutti i dolori, cancella amarezze e dispensa, a piene mani, l’orgoglio patrio. Insomma, quello che serve ad un Paese come il nostro, dopo la fatica e la povertà del dopoguerra, impegnato severamente nel rilancio economico e sociale. Nelle vie, nelle piazze, nelle strade i bambini di quel tempo spendono tutti i pomeriggi di ogni stagione e con qualsiasi condizione atmosferica, in una sola attività: tirare calci ad un pallone, a volte anche di stracci. Non ci sono divise, non ci sono scarpette, si usano quelle di tutti i giorni e, per questo, i rimbrotti dei genitori, con qualche ceffone ben assestato, sono il pane quotidiano. Qualcuno più abbiente, però, si presenta con una vecchia maglietta su cui, a penna o con qualche vecchio pezzo di nastro isolante, si scrive il numero sulla schiena. I numeri, comunque, si limitano ad alcune unità, tolto quello dell’estremo difensore, facile e fondamentale nel gioco “pedatorio”, gli altri si contano sulle dita di un piede: il 9 di Boninsegna, il 10 di Rivera e l’11, manco a dirlo, di Giggiriva. Già, è in questa sorta di allitterazione di Rivera e Riva, che chiudeva nella mente di ogni bambino di allora il “padrenostro” della più sentita religione calcistica, si agitano e vivono i sogni di gloria più teneri.

Come quella volta del 31 ottobre al Prater di Vienna, dopo i prodigiosi fasti di Mexico ‘70 e l’emozionante vittoria sui cugini teutonici, l’Italia è impegnata nella prima gara di qualificazione agli europei in casa dell’Austria. Gli azzurri, campioni continentali in carica, s’impongono anche nella trasferta austriaca ma, il successo passa in second’ordine. Si tratta di una vera vittoria mutilata. Norbert Hof, infatti, mediano di scarpa, spezza una gamba a Giggiriva con un intervento al limite del codice penale. Rottura del perone destro, con distacco dei legamenti della caviglia destra e, quando arriva Domenghini, con le mani tra i capelli, non può far altro che chiamare soccorso alla panchina e dopo di lui, Cera, davanti ad una scena simile, scoppia in un pianto irrefrenabile. La voce calda di Nando Martellini non basta a colorare il dolore di Rombo di tuono, detto anche tripallico, visto in bianco e nero sullo schermo trasmesso tra le prime volte dalla Tv di Stato. È l’Italia intera che cade in depressione per le sorti dell’attaccante più amato di sempre e le lacrime dei suoi tanti ammiratori non vengono certo nascoste.  Ecco in lui, si vedeva “…quella bellezza molle a un tempo e maestosa che brilla nel sangue lombardo…” che si è innestato su un’altra qualità, tutta sarda che, come dice Nino Savarese “…Questi uomini scontrosi ed inflessibili, che hanno bisogno di schiettezza, di giustizia e di libertà...”. Giggiriva è questo, una vita vissuta così, senza mai derogare dai suoi solidi principi morali, indifferente anche al Dio denaro, se è vero come è vero, che è rimasto sordo e indolente alle proposte indecenti della Vecchia Signora, alle luci della ribalta, agli agi del successo. Per lui calza proprio a pennello una frase di Bob Dylan: “Credo che un eroe sia quello che comprende la responsabilità che comporta la sua libertà.”. E Giggiriva, novello Catone dantesco, alla fine, ha scelto liberamente di volare in Cielo. Ci piace, allora, immaginarlo su un nembo, adattato a campo di calcio, rinnovare il suo infinito duello con il Kaiser, Franz Beckenbauer, suo eterno e leale avversario, mentre Maradona e Pelè si preoccupano di mettere sull’arcobaleno i loro assist più geniali. Vola in Alto, Giggiriva, come hai sempre fatto e, magari, esaudisci la nostra preghiera di ridarci il tuo calcio. Noi, volentieri, lo scambieremmo con quello di oggi.