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      Il figlio del padre di Victor Del Arbol

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      Un romanzo, tradotto da Pierpaolo Marchetti, da leggere ad ogni costo.

      Il figlio del padre, di Victor del Arbol, stampato a luglio 2022, da Eliot edizioni è un viaggio con ritorno nell’animo umano. Un modo spietato di aprire con decisione anche gli scrigni più inaccessibili del nostro passato, lasciando sempre la porta aperta al futuro, a cui non nega nemmeno un lieto fine. Giallo storico, antropologico, letterario, psicanalitico e chi più ne ha più ne metta. Per una completezza davvero sorprendente. Un romanzo pazzesco capace di graffiarti l’anima che la traduzione di Pierpaolo Marchetti rende pienamente. Qui ci troviamo di fronte ad un autore, non certo alla prima esperienza, e con un curriculum di tutto rispetto, anche leggendo i riconoscimenti collezionati. Victor del Arbol ti prende subito. È capace di afferrarti con rara vigoria e legarti alla storia saldamente, facendoti perdere la nozione del tempo. Sarebbe facile sbrigare la lettura dell’opera chiamando in causa la nemesi storica. In realtà la trovata letteraria è anche un po’ qui. La colpa dei padri che ricade sui figli è solo apparente e superficiale. Il lettore se ne avvede quando arriva alle ultime pagine col fiato sospeso, cullato sapidamente da un melodico rimbalzo di narratori in cui quello onnisciente cuce abilmente tutto l’ordito.  E quando crede di avere in mano l’epilogo, si ritrova di fronte ad un deciso ribaltamento della storia che sorprende non poco e allinea il titolo con la fabula. Interessante è anche la novità stilistica di Victor del Arbol con i suoi continui rovesciamenti del punto di vista, capace, così, di dare un ritmo a dir poco frenetico alla vicenda narrata. Un fatto che porta sull’8 volante chi legge costretto così a mantenersi ben saldo tra analessi e prolessi. Non passa inosservato nemmeno il suo ricorso ad un rivisitato e moderno monologo interiore in grado di seguire i pensieri più profondi del protagonista. I salti narrativi, affidati sapientemente al flash back, tendono efficacemente e armonicamente il filo del plot. La lezione di Boccaccio, ancor più, di Svevo per la forma diaristica del romanzo, fino a quel senso d’Indifferenza di Moravia che si annusa in alcune pagine, rimanda ad una formazione letteraria dell’autore perfettamente compiuta. Ma, tecnicismi a parte, Il figlio del padre è un romanzo trascinante, travolgente, che ti graffia l’anima e porta alla luce anche i pensieri più reconditi che albergano nella nostra mente. Il nostro subconscio, per osmosi, si apre così, magicamente, al flusso dei ricordi e dei segreti più inconfessabili con cui fare i conti. Insomma, un romanzo da leggere ad ogni costo.

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