Ricominciare a litigare con Achille Campanile e le sue esatte assurdità.

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di Davide Pitocco

Achille Campanile, a detta di tutti, è stato il grande maestro della letteratura italiana umoristica e satirica, ma il più bel complimento che gli è stato rivolto è questo: le battute di Campanile non fanno ridere. Egli è stato il grande precursore degli scrittori prestati al ciclismo, facendo da apripista ai vari Alfonso Gatto, Buzzati, Pratolini e Anna Maria Ortese, tutti grandi osservatori della realtà umana, ma digiuni di ciclismo, di quello che conta, di quello che si corre per passione. L’amico Amicucci lo convinse a diventare inviato per Gazzetta del Popolo e così per tre settimane il Giro diventò la sua casa e alla fine di quell’esperienza venne fuori un libro, Battista al Giro d’Italia. Nel suo racconto, un nonsense ciclistico-narrativo lungo 13 tappe e 10 soste, riporta le gesta degli “isolati” (ossia la categoria di allora dei senza squadra, di quei corridori non supportati da una casa di biciclette) che parteciparono al Giro d’Italia vinto da Antonio Pesenti.

 Il grande critico che l’ha lanciato negli anni Venti, Pancrazio, ha detto che il riso di Campanile è un riso scemo. Campanile stesso era un personaggio delle sue opere in un certo senso. Da vecchio si è fatto crescere una barba imponente, da patriarca, molto simile a Tolstoj, è andato in campagna e si è messo ad allevare tacchini. Poi non avevano coraggio di mangiare questi tacchini che chiamavano addirittura per nome. Quando ne portarono uno in tavola, fu una veglia funebre e così gli altri sono stati dati via. Così era Campanile e lo era anche da giovane. La madre lo voleva prete, il padre invece ingegnere navale. Egli invece si vedeva come correttore di bozze, ma era talmente distratto che venne subito licenziato da una tale occupazione. Poi è entrato nell’archivio di un giornale e ci si è messo d’impegno: ha tirato giù tutti i libri dagli scaffali e ha fatto una grande confusione con tutti quei volumi per terra, ma a metà del lavoro si è stancato ed allora nuovo licenziamento. Anche la sua terza occupazione inizia nella redazione di un giornale. Sul tavolo del direttore arriva un pezzo di cronaca, lacrimevole. Era la storia di una vedova che andava tutti i giorni a portare fiori sulla tomba del marito defunto. Ad un certo punto la stessa donna muore lì, nel cimitero, sulla tomba del marito. Titolo del pezzo: Tanto va la gatta al lardo… A quel punto il direttore si è messo ad urlare come un pazzo: Ma chi è costui un cretino o un genio? Era semplicemente Campanile, un genio.

Il suo umorismo era così: Sai che ore sono? Sì. Infatti si basa molto sulle situazioni, perché è un grande osservatore e coglie i tic, le manie e i piccoli difetti della piccola borghesia italiana degli anni Venti. Ma soprattutto la molla che fa scattare una valanga di comicità è l’elemento linguistico, un corto circuito linguistico che quasi non si capisce, quasi un refuso o un gioco di parole. Comunque è dagli anni Venti che ci si continua a chiedere che razza di umorismo sia il suo, perché faccia ridere, come fa ridere. Sembra di assistere al teatro dell’assurdo, però in anticipo di 20 anni. In tanti continuano ad analizzare la sua comicità e per questo continuano a pubblicare le sue opere.

Nei primi anni Venti al teatro Manzoni di Milano viene messa in scena una sua commedia. Il pubblico subito si divide in due, chi applaude e chi fischia, un caos infernale. Alla fine del primo tempo iniziano a volare i primi pugni, al terzo tempo non ci arriveranno mai, perché c’era troppa confusione. Ad un certo punto scoppia un grande e fragoroso applauso, ma non stavano battendo le mani a Campanile, ma a Pirandello che era lì in un palco e puntualmente ha cominciato a ringraziare. Campanile con un coraggio impressionante ha aperto uno spiraglio nel palco e con il suo monocolo, era miope, anche se diceva di esserlo solo all’occhio sinistro, osserva ed esce e dice: Grazie che vi sia piaciuta la mia commedia. L’autore non è Pirandello e per ringraziarvi ve la mando di nuovo in scena e l’opera comincia da capo. Per punirli ha fatto il bis e potete immaginare che è venuto giù il teatro. Da quella sera il pubblico, tutto, diviso tra fans e avversari, andavano di città in città, di piazza in piazza, con il treno per assistere alla Commedia Ricominciare a litigare. Perché Achille era così, chi lo ama lo segue, ma anche chi lo detesta, lo segue lo stesso.