Tra il 2025 e il 2029, l’Italia si troverà ad affrontare una delle più grandi transizioni occupazionali della sua storia recente. Secondo le stime dell’Ufficio studi della CGIA, basate sui dati del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, oltre 3 milioni di lavoratori lasceranno il mercato del lavoro, principalmente per raggiunti limiti di età.
Il fenomeno riguarda circa il 12,5 per cento della forza lavoro nazionale. Di questi, 1.608.300 sono dipendenti del settore privato, 768.200 appartengono alla Pubblica Amministrazione e 665.500 sono lavoratori autonomi. Sebbene la pensione sia la causa principale, una parte minore abbandonerà l’impiego per motivi diversi, come il ritiro volontario, la perdita del lavoro, l’emigrazione o il cambio di status occupazionale.
Impatto territoriale: Lombardia, Lazio e Veneto in prima linea
Le regioni più colpite saranno quelle con una maggiore densità occupazionale e una popolazione lavorativa più anziana. La Lombardia dovrà sostituire circa 567.700 lavoratori, seguita dal Lazio con 305.000 e dal Veneto con 291.200. In fondo alla classifica si trovano il Molise, la Basilicata e l’Umbria. In termini percentuali, il settore privato sarà il più coinvolto, con picchi significativi in Lombardia (64,6 per cento del totale regionale), Emilia Romagna (58,6) e Veneto (56,5).
Servizi sotto pressione: sette rimpiazzi su dieci
Il settore dei servizi sarà il più colpito, con oltre 2,2 milioni di addetti da sostituire, pari al 72,5 per cento del totale. Seguono l’industria con 725.900 unità e l’agricoltura con 111.200. All’interno dei servizi, le uscite più consistenti si registreranno nel commercio, nella sanità e nella Pubblica Amministrazione. Nell’industria, il comparto delle costruzioni sarà quello con il maggior numero di rimpiazzi necessari.
Un Paese che invecchia: concorrenza per i lavoratori qualificati
Il progressivo invecchiamento della forza lavoro rappresenta una sfida ulteriore. L’indice di anzianità, che misura il rapporto tra lavoratori sotto i 35 anni e quelli sopra i 55, è passato da 61,2 nel 2021 a 65,2 nel 2023. Questo squilibrio è dovuto a un basso tasso di ingresso dei giovani nel mercato del lavoro e alla permanenza prolungata degli over 55. La difficoltà di incrocio tra domanda e offerta, aggravata da carenze formative, rischia di generare una competizione tra imprese per accaparrarsi i dipendenti più qualificati, con conseguenti pressioni salariali e dinamiche poco virtuose.
Le regioni più esposte all’anzianità occupazionale
La Basilicata presenta l’indice di anzianità più elevato (82,7), seguita da Sardegna, Molise, Abruzzo e Liguria. Le regioni meno colpite sono Trentino Alto Adige, Lombardia, Veneto, Campania ed Emilia Romagna. Tuttavia, anche in queste aree la criticità è già evidente e destinata ad accentuarsi.
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