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      Di Pietro e le corruzioni creative

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      L’inchiesta che ha portato, tra gli altri, agli arresti domiciliari del Presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, ha trovato grande spazio nell’informazione su giornali e programmi di approfondimento.
      Per la verità, già dalle prime notizie emerse è subito apparso chiaro che alcuni tra gli indagati avevano l’amante, ma non semplici amanti, quanto “donne piuttosto giovani, frizzanti”, ragazze “con l’argento vivo”.
      Con queste cose però non c’azzecca niente il Dott. Di Pietro, al quale per fortuna è stato chiesto di dare una lettura meno gossipara dei fatti genovesi e più in generale del fenomeno della corruzione ai giorni nostri.
      L’ex PM da par suo è andato subito al dunque, spiegando che stanno emergendo nuovi fenomeni di corruzione, per contrastare i quali la giurisprudenza ha elaborato la figura della corruzione funzionale.
      Grazie a questa “trovata” diviene possibile inquisire il politico che realizza un “un atto formalmente corretto”, ma approvato “per un fine illecito, per interesse personale e non per interesse pubblico”.
      Ora magari, a costo di apparire all’antica o peggio, al Dott. Di Pietro sommessamente vorremo far notare che di solito un cittadino che vuole evitare di finire dietro le sbarre dovrebbe conoscere (ed ovviamente rispettare) la legge e non le evoluzioni che di una figura di reato i Tribunali fanno.
      Poi magari abbiamo capito male noi, ma messa così questa corruzione funzionale sembrerebbe un processo alle intenzioni, un’invasione di campo da parte del giudice che si traduce in un sindacato di scelte politiche.
      I meno giovani ricorderanno il Di Pietro PM ai tempi di “mani pulite” evocare la concussione ambientale, quella che si realizzava senza che il politico dovesse chiedere nulla all’imprenditore concusso, perché era scontato che in certi ambienti, tra certi figuri, le dinamiche fossero quelle.
      Il punto è che dietro queste elaborazioni c’è un pregiudizio nei confronti della politica, l’idea che la corruzione sia insita nel ceto politico, che ne sia un vero e proprio tratto distintivo.
      Crediamo ancora che i processi dovrebbero servire per accertare i fatti e non, come sembrerebbe, a confermare i pregiudizi.
      Se è vero che i politici spesso si sono rivelati degni della pessima nomea che li accompagna, di questo passo presto sentiremo dire che non esistono innocenti, ma fedifraghi che l’hanno fatta franca.
      E non sarà una battuta di Alvaro Vitali, non sarà il ritorno della stagione spensierata della “commedia all’italiana”.
      Andrea Granata

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