BARBABLÙ di Costanza Di Quattro

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di Roberta D’Agostino

BARBABLÙ

di Costanza DiQuattro

Con Mario Incudine

Regia Moni Ovadia

Musiche Mario Incudine

Eseguite dal vivo da Antonio Vasta

Costumi e installazioni Elisa Savi

Luci Daniele Savi

regista collaboratore Giampaolo Romania

Produzione Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano, Teatro Pubblico Ligure

In scena al Teatro Sannazaro di Napoli il 25 febbraio

La forza ammaliante del male: Barbablù. Tutto comincia con la morte di Gilles de Rais uomo ricchissimo, noto per avere una barba blu che gli conferisce un aspetto orrendo che inquieta tutte le donne con le quali viene a contatto. Eroe in campo militare, ma autore del massacro di centinaia di fanciulli innocenti dal 1432 al 1440. Il racconto prende il via proprio dal momento della condanna del ‘cattivo’ avvenuta nel 1440 dinanzi la cattedrale di Nantes. Lo spettacolo Barbablù si ispira di certo alla fiaba di Charles Perrault, che peraltro, ha reso noto e celebre il personaggio, ma poi se ne allontana. Infatti l’autrice del testo, Costanza DiQuattro, mostra Barbablù come uno spietato maschilista, cinico e gretto, spaventoso e violento, capace di uccidere sette mogli senza nessuna pietà, per rispondere alla sua forma mentis fondata sulla necessaria e totale ubbidienza da parte delle donne verso l’uomo. Così in scena in una sorta di monologo-confessione il protagonista, Mario Incudine, racconta la sua vita attraverso gli incontri con le sue donne tutte brutalmente uccise per non avere obbedito. Tutte con lo sguardo basso, tutte ridotte a meri oggetti che non devono pensare, non devono essere colte, non devono vivere, ma solo sopravvivere fino a quando lui decide che devono morire. Anche Iris, la donna di cui s’innamora e che lo ama sul serio, deve morire perché è l’unico modo per renderla sua in eterno. Meraviglioso e poetico tutto il momento in cui l’amore si affaccia nella vita del mostro e quasi riesce a  cambiare la sua efferata natura.

Le musiche, scritte da Mario Incudine, ed eseguite da Antonio Vasta dal vivo, puntellano il racconto, ma fanno molto di più, restituendo il terrore delle donne, la ferocia di Barbablù riuscendo a tenere lo spettatore in uno stato di tensione continua.

La regia di Moni Ovadia è costruita sul protagonista, abile cantore della tradizione siciliana, capace di alternare al recitato, momenti canori di altissima espressività e valore. I costumi e le installazioni di Elisa Savi, fortemente simbolici, arricchiscono il lavoro: forti alcune scelte registiche come il momento della scoppio del palloncino nel vestito da donna, che simboleggia la distruzione della maternità e il rifiuto della genitorialità, ma del resto come un mostro può desiderare di generare? Il Barbablù di Ovadia-Di Quattro ha dei momenti di smarrimento in cui mostra il suo essere mostro ma sono degli attimi inseriti in un racconto costellato di ferocia, odio, disprezzo totale della vita e della donna. A riprova di quanto detto Ovadia nelle sue note scrive: «Barbablù è un topos della cultura occidentale, è il paradigma dell’incapacità maschile di stabilire una relazione col femminile. Prima ancora di essere un femminicida è l’essenza del maschilismo che, non essendo in grado di accogliere e apprezzare la divina capacità creatrice della donna, la assoggetta e la reifica fino a sopprimerla».

Il pubblico resta invischiato nella rete del mostro, il suo sguardo magnetico, la sua voce, la sua magia del male, impietriscono chi lo guarda, quasi a non credere che il racconto che sta facendo, così pieno di odio, sia vero. Però il finale riporta tutti, anche Barbablù, sulla giusta via con la battuta finale del protagonista: oggi mentre continuo a bruciare, ancora, giorno per giorno e per l’eternità ho assunto una sola, unica certezza: la giustizia di Dio segue un corso diverso. Il corso giusto della verità.

Applausi finali convinti e meritati per uno spettacolo di grande qualità; da non perdere.