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      Oggi è il World Rainforest Day

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      Nonostante ricoprano meno del 3% del Pianeta, le foreste pluviali ospitano più della metà delle specie terrestri di piante e animali, contribuiscono a contrastare il cambiamento climatico, regolano l’approvvigionamento idrico e migliorano la qualità di aria e acqua. Oltre 1 miliardo di persone vive all’interno e intorno alle foreste e dipende da esse per ottenere cibo, medicinali e alte materie prime. Tutti noi godiamo di benefici inestimabili prodotti dalle foreste, ma a causa del nostro impatto ogni anno ne vengono distrutte circa dieci milioni di ettari.

      Fermare la deforestazione a livello globale, conservare le foreste ancora intatte e ripristinare quelle degradate non è mai stato così urgente. Questo l’allarme che il WWF lancia in occasione della Giornata mondiale delle Foreste Pluviali (World Rainforest Day, 22 giugno), puntando particolare attenzione sui Paesi del bacino del Congo, dell’Amazzonia e del Sud-est asiatico che da soli comprendono l’80% delle foreste tropicali del mondo e due terzi della biodiversità terrestre. Le terre e le acque di queste aree forniscono servizi ecosistemici cruciali e svolgono un ruolo chiave nella regolazione del clima.

      L’Amazzonia è la più grande foresta tropicale al mondo, con 550 milioni di ettari di fitte foreste, un terzo delle rimanenti foreste pluviali del pianeta. Ospita il 10% della biodiversità mondiale con 40.000 specie di piante, 3.000 specie di pesci d’acqua dolce e oltre 370 rettili, oltre ad altre specie ancora sconosciute e non registrate. Assorbe 100 milioni di tonnellate di CO2 all’anno.

      Il bacino del Congo è la seconda foresta tropicale più grande del mondo in termini di superficie. 286 milioni di ettari estesi in sei Paesi dell’Africa centrale, che costituiscono il 6% dell’area forestale mondiale. Quest’area svolge un ruolo cruciale nella stabilità del clima globale: la sua copertura forestale e le torbiere sequestrano l’equivalente di 10 anni di emissioni globali di CO2, un valore di 610 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Nella regione si trovano più di 10.000 specie di piante tropicali e specie a rischio, di cui il 30% endemiche, come gli elefanti della foresta e i gorilla di pianura e di montagna.

      Il bacino del Sud-est asiatico, terzo più grande pozzo di carbonio al mondo capace di catturare 490 milioni di tonnellate di CO2 l’anno, si estende su una superficie forestale di 270 milioni di ettari e racchiude circa il 6% della biodiversità mondiale nelle sue foreste tropicali, habitat dei popoli indigeni che dipendono da esse per l’approvvigionamento di cibo e acqua pulita. Oltre 15.000 piante, tra cui 6.000 specie endemiche, si trovano nelle paludi, nelle mangrovie, nelle foreste di pianura e di montagna. Fra le specie presenti oranghi ed elefanti del Borneo, piante carnivore giganti e altre specie in via di estinzione come le tigri e i rinoceronti di Sumatra.

      Tuttavia, i maggiori bacini forestali tropicali del pianeta sono vicini a un punto di non ritorno che potrebbe avere ripercussioni drastiche, come minacciare il reddito, la sicurezza alimentare e la struttura sociale delle comunità locali e delle popolazioni indigene già vulnerabili che dipendono da esse, oltre a provocare impatti climatici globali. Dal 1970, il bacino Amazzonico ha perso oltre il 20% della sua foresta originaria. Le attività antropiche e i cambiamenti climatici sono responsabili del degrado e della distruzione degli ecosistemi della regione. Il bacino del Congo oggi è abitato da 185 milioni di persone, popolazione che si prevede raddoppierà entro il 2050. Espansione residenziale, agricoltura su piccola scala e sviluppo delle infrastrutture accelereranno il processo di deforestazione, oltre alle attività industriali. Anche le foreste del Sud-est asiatico sono sottoposte a un’immensa pressione antropica. Il bacino ha perso circa 80 milioni di ettari di foreste tra il 2005 e il 2015, con un tasso di perdita di circa 8 milioni di ettari all’anno.

      Il rapporto Forest Pathways del WWF mostra, infatti, che il mondo è fuori strada per ridurre e invertire la perdita di foreste entro il 2030, come si sono impegnati a fare 145 leader alla COP26 di Glasgow.

      Il vertice dei Tre Bacini

      Per affrontare le criticità di queste tre foreste pluviali lo scorso ottobre a Brazzaville, in Repubblica del Congo, si è tenuto il “Vertice dei Tre Bacini”, organizzato dalla Commissione per il clima del Bacino del Congo e dagli Stati membri dei Tre Bacini. L’obiettivo è quello di un approccio che identifichi coalizioni, collaborazioni ed iniziative congiunte per connettere il lavoro svolto nei tre bacini forestali e quindi amplificare il beneficio ottenuto dall’implementazione delle azioni di tutela di queste foreste pluviali. Il WWF ha accolto con favore l’impegno a rafforzare la cooperazione scientifica e tecnica, la solidarietà e la governance inclusiva nei tre bacini forestali da parte dei capi di Stato e di governo riuniti, ma il vertice non ha portato a un’alleanza tri-bacino come sperato. Saranno necessari ulteriori sforzi per rafforzare la collaborazione concreta tra le tre regioni, al fine di promuovere un’azione reale per arrestare la deforestazione, promuovere il ripristino e la protezione e la gestione sostenibile delle foreste. Il WWF è impegnato da anni per arrestare la distruzione delle foreste pluviali ed eliminare i sussidi che ne causano il degrado, creare aree protette gestite efficacemente a lungo termine e svincolare la produzione agricola dalla deforestazione. Dato che gran parte delle aree forestali dei tre bacini è gestita dalle popolazioni indigene e dalle comunità locali, il WWF ritiene indispensabile che le comunità locali vengano incluse nei processi decisionali e di gestione, attraverso lo sviluppo delle capacità e la pianificazione, la difesa e la garanzia dei diritti legali. Ma per rendere tutto questo possibile è necessario che governi, imprese e società civile agiscano insieme per incrementare i finanziamenti destinati alle foreste ed attuare gli impegni assunti.

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