PERCHÉ SI UCCIDONO I POVERI

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di Luigi Di Fonzo

“La povertà è sempre esistita e sempre esisterà”. “Impossibile debellare la povertà”. “Il lavoro c’è, bisogna soltanto avere la volontà di trovarlo o di inventarlo”. “Bisogna aiutarli a casa loro”…

Non so voi, ma io sono stanco di sentire questi “brocardi”, sentenze sommarie su una tragedia – la povertà – che ha assunto dimensioni agghiaccianti.

Le tragedie legate alla povertà sono sotto gli occhi di tutti, ma non si fa nulla che vada oltre la carità (assistenza finanziaria e umanitaria). Palliativi di facciata.

Eppure la nostra società ha avuto tutti i mezzi culturali ed economici per affrontare fin dagli albori questa problematica, legata essenzialmente a un fattore: la mancanza di giustizia.

Agli inizi del terzo secolo dopo Cristo, il giurista romano Domizio Ulpiano stabilì in tre punti le regole del diritto e della giustizia tra gli uomini:

  1. Vivere onestamente
  2. Non recare danno ad altri
  3. Attribuire a ciascuno il suo

Quindi pochi secoli dopo i dieci comandamenti lasciati a Mosè, più sinteticamente (e più intelligentemente, aggiungo io) uno dei maggiori esponenti della dottrina giuridica romana spiegò quali fossero le regole basilari per avere una società civile, equa, pacifica.

La povertà è il frutto del mancato rispetto di queste tre regole che sembrerebbero quasi scontate. Da più di 3.000 anni c’è chi ha deciso di vivere fregandosene degli altri, al di sopra di ogni forma di diritto, occupando vaste porzioni di Madre Terra, decidendo che le risorse presenti nei terreni occupati con la forza e con il potere fossero di sua proprietà. Sia che si tratti di spogliare gli Aztechi o, più recentemente, di espropriare oltre 3 milioni di ettari di terra agli Zulu, quelle risorse che una volta andavano attribuite “a ognuno il suo”, sono state vigliaccamente depredate. Ulpiano non ha potuto assistere al “progredire” della società (tra l’altro nel 228 dopo Cristo venne assassinato), ma io credo che sapesse molto bene quanto lontano fosse il diritto dalla giustizia.

Cosa dobbiamo fare per capire tutti insieme che la povertà è un grave errore e che il futuro non può essere tale se le società continuano a produrre milioni di poveri? Perché il 10% della popolazione mondiale possiede più beni e ricchezza del restante 90%? Chi ha potuto commettere un’ingiustizia così grave senza pagarne le conseguenze? Quale futuro ci aspetta se continuiamo a uccidere la speranza di un futuro migliore? Quale futuro può esistere se 2 milioni di bambini muoiono ogni anno per fame o malattia?

Futuro… Si dice che conoscere il passato sia necessario per evitare il ripetersi degli errori nel futuro. Da qui l’importanza della storia. Nulla di più errato, e non solo nel caso della povertà. Senza importunare i corsi e ricorsi storici di crociana memoria, il passato è sempre presente, anche se con sembianze diverse.

Le leggi razziali? A voce oggi siamo tutti bravi a dire che è un orrore del passato che non si ripeterà mai più, ma in realtà – anche senza emanare una legge – stiamo già discriminando migliaia di rifugiati e profughi.

Quanti soldi e quante violenze si risparmierebbero ai poveri se potessero viaggiare!

Ma i poveri di oggi purtroppo non sono i nostri nonni e i nostri bisnonni, che hanno avuto la fortuna di potersi pagare la terza classe di un transatlantico e di cercare fortuna nelle Americhe e in Australia. Oggi i poveri non possono viaggiare. O meglio, possono viaggiare solo di nascosto, come clandestini, pagando migliaia di dollari a trafficanti senza scrupoli. Se non hai il passaporto, se non hai la carta di credito, se non fai on line il tuo check-in e non hai le autorizzazioni giuste, non potrai mai lasciare il tuo Paese. Eppure un secolo fa i poveri potevano almeno viaggiare. C’era un tempo in cui gli uomini e le donne avevano la possibilità di cercarsi un futuro migliore in terre libere da guerre e da carestie. Esisteva la libertà di speranza.

Quindi a che serve oggi promulgare una legge razziale? Che bisogno c’è di sostenere in un tribunale che determinati gruppi di persone non possono essere uguali agli altri? A cosa serve conoscere la storia delle migrazioni dell’Ottocento e del Novecento se i poteri che governano il mondo continuano a produrre sempre più povertà? Una volta i poveri li incatenavano sui galeoni per mandarli a lavorare come schiavi. Ora quei galeoni sono barche piccole e insicure, e la schiavitù di un lavoro senza dignità ha ben altre catene.

A volte mi chiedo come faccia Papa Francesco a non maledire e scomunicare i responsabili della morte di milioni di poveri e bambini.

Debellare la povertà dovrebbe essere l’unico vero impegno di ogni essere vivente.

Applicare la giustizia, fermare le guerre, vietare il land grabbing e il water grabbing dovrebbero essere gli unici veri impegni di ogni governo.

Tutelare la natura e ridistribuire la ricchezza gli unici, concreti impegni di ogni multinazionale.

Ma ciò non accadrà, e i poveri continueranno ad essere uccisi nel nome dello sfruttamento e del potere. Forse perché non fanno ancora paura. I poveri non hanno un “messia” che li unisce e li guida. Ancora no. Probabilmente il prossimo portavoce degli ultimi non sarà né un predicatore e neanche un fine giurista. Non sarà un Ulpiano a mobilitare milioni di poveri in tutto il mondo. Né fede né diritto, ma solo l’ira di una giustizia vendicativa immagino nel triste futuro di questa ingorda umanità.

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