Camilla Trave e il suo “Progetto di Dio”

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La completa rinascita dopo il coma, passando per la Maratona di New York

di Bruno D’Alfonso

“ …Prego la fine del pianto, chiedo l’inizio di un sogno. Spero dall’alba al tramonto il tuo ritorno…”.

Sono alcune parole di una bella canzone intitolata ‘Guardami negli occhi’ che consentì a Paolo Meneguzzi di sfiorare il podio al Festival di Sanremo del 2004. Si classificò al quarto posto, infatti, il bel cantautore italo-svizzero, che in quell’anno mieteva successi e le ragazzine urlavano il suo nome in file interminabili alle sue esibizioni.

E la sera del 28 Luglio di quello stesso anno Camilla Trave, una dodicenne di Cappelle sul Tavo, sua fan, trepidava per correre al suo concerto di Pescara che sarebbe iniziato dopo qualche ora. Stava giocando e parlando con le amiche vicino casa ed in procinto di attraversare la strada. All’improvviso, uno sconsiderato automobilista che guidava a folle velocità decise di cambiare profondamente la sua vita e dei suoi familiari, investendola e facendola volare letteralmente per diversi metri, alla presenza del fratellino Francesco di otto anni. Il violentissimo impatto le provocò gravi lesioni: “Coma per trauma cranico con ematoma”, sentenziò il suo referto medico. In pochi istanti, la negligenza di qualcuno provocò immensi danni ad una ragazzina che si stava affacciando al mondo con l’entusiasmo e l’innocenza di un’età che non conosce né dolore né sofferenza. E così quella sera Camilla dovette continuare ad inseguire i suoi sogni di adolescente questa volta ad occhi chiusi, in una dimensione oscillante tra questa vita e quella ultraterrena. Un lungo periodo di degenza si profilava al suo cospetto in una clinica di riabilitazione di Porto Potenza Picena dove, però, la mamma Natalina e il papà Domenico non le fecero mancare il loro affetto e la vicinanza continua degli amici e parenti. Come si tenta disperatamente in questi casi per risvegliare una persona dallo stato comatoso, si cerca di far sentire al paziente le voci delle persone care o musiche e canzoni preferite. E, infatti, Natalina non lesinò un attimo nell’adoperarsi in tale pratica, facendo ascoltare assiduamente a Camilla le voci degli amici del cuore e, soprattutto, le canzoni di Paolo Meneguzzi. E tutto ciò minuziosamente descritto su un diario di foglietti di quaderno che la mamma ancora conserva gelosamente. E così tra una voce e l’altra dei genitori o dell’amica del cuore Donatella, dei fratelli Andrea e Francesco, preghiere collettive, oppure con l’ascolto delle musiche de i “Blue” che pure tanto le piacevano, Camilla dette i primi segni di risveglio nei primi giorni del novembre successivo, dopo più di tre mesi dall’incidente. E a me piace pensare che proprio le parole della canzone di Paolo Meneguzzi, citata all’inizio, rientrino in qualche modo nel disegno di salvezza e di rinascita che era scritto nel segno di Camilla. Ci fu da aspettare ancora tre settimane per sentire la sua voce, quando il 27 novembre 2004 i medici la liberarono dalla tracheotomia e lei volle fare una telefonata di auguri di compleanno a una zia di Pescara.  

Finalmente Camilla tornò alla sua vita, ma non senza difficoltà; da lì in poi iniziò un lungo travaglio riabilitativo a casa, in cui non c’erano solo i traumi fisici da recuperare, ma soprattutto un equilibrio psicologico che era venuto meno e che condizionò inevitabilmente la sua crescita. Come lei stessa afferma, ci sono stati periodi intensamente sofferti non solo per le lunghissime terapie e difficoltà del recupero fisico, ma anche per una pressione psicologica che avvertiva dall’ambiente che la circondava; per il solo fatto che la consideravano e la indicavano con quel brutto appellativo  “la ragazza dell’incidente”, marchiato a fuoco sulla sua immagine dalla gente del paese, attese la maggiore età per trasferirsi nella vicina Montesilvano dove visse sola per circa tre anni, in una nuova realtà che le consentì almeno per un po’ di allontanarsi da quel brutto ricordo. E la terapia più efficace che le consentì pian piano di recuperare molte delle sue attitudini psicofisiche fu quella di dedicarsi allo sport, praticando la corsa a piedi insieme ad amici e cugini. Progressivamente gli allenamenti si intensificarono fino ad essere quotidiani e con una tale costanza e dedizione che la portarono a partecipare a diverse maratone anche internazionali. Con questo sport Camilla riuscì sempre più a conquistare anche una graduale crescita interiore, conciliando nei lunghi allenamenti i suoi colloqui interiori e spirituali. Rivolgendosi all’Assoluto, sentì ad un certo punto il desiderio di ricambiare il miracolo ricevuto e sentendo profondamente che tutto ciò rientrasse in un programma da portare a termine: il “Progetto di Dio”! Così Camilla lo definì, e ci racconta che ciò è costituito da due eventi in cui lei sarebbe stata protagonista: il primo, portato a termine nel 2015, il lungo cammino storico a Santiago di Compostela, che come lei dice è stato di vitale importanza. Esperienza che Camilla, con espressione sorridente e commossa, ha letteralmente descritto: “Il mio brutto incidente l’ho lasciato alle mie spalle, è rimasto lì, a Santiago di Compostela!”. Ma la conclusione definitiva di questo programma Celeste sarebbe avvenuta con la partecipazione, sogno di una vita, alla Maratona di New York. Ebbene, con il pettorale Nr. 38849, lo scorso 6 Novembre, Camilla Trave ha portato a termine il “Progetto di Dio”. Insieme ad altri circa 2.200 italiani, i più numerosi dopo i concorrenti di casa, è partita dal Ponte Verrazzano, percorrendo i 42,195 km. attraversando la metropoli in lungo e in largo fino ad arrivare a Central Park, precisamente in 4 ore, 53 minuti e 33 secondi, ottenendo anche una soddisfacente classifica posizionandosi 26.841 su 47.744 partecipanti.

D: – Camilla, cosa ci racconti della tua prestazione sportiva e quali le tue sensazioni all’arrivo?

R: “E’ stata una continua emozione dall’inizio alla fine. Ero po’ impacciata alla partenza anche perché c’era molta confusione e tanta calca per il gran numero di atleti. Arrivata nei pressi del ponte di Brooklin sono anche caduta, ma per fortuna senza particolari conseguenze. Poi le quasi cinque ore di gara sono volate in un battibaleno, ma quando sono giunta a Central Park non c’ho capito niente, non riuscivo a realizzare, forse per la stanchezza. Ma una volta arrivata in albergo, dopo aver percorso un altro ennesimo chilometro per arrivarci, l’emozione è stata immensa. Ho finalmente coronato il mio sogno, chiudendo quel cerchio di propositi devoti che mi lega a Dio dal giorno del mio risveglio dal coma”.