Coppa Italia, una quasi finale quasi vinta

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di Pierpaolo Di Carlo

La prospettiva di una finale vinta o persa dovrebbe avere un peso specifico enorme, capace di cambiare la percezione di una stagione intera. E l’Atalanta, insieme ai suoi tifosi, ripensando a ieri sera, non può che provare un rammarico profondo per l’ennesima occasione sfumata proprio sul più bello. Una squadra che negli ultimi anni ha costruito un’identità europea, che ha mostrato coraggio, intensità e qualità, si ritrova ancora una volta a fare i conti con una finale giocata a viso aperto ma non portata a casa. La sensazione è quella di un treno passato troppo velocemente, lasciando dietro di sé la frustrazione di chi sa di aver fatto tanto, ma non abbastanza.

Eppure, dall’altra parte, anche la Juventus vive questa vittoria con un retrogusto amaro. Per gli intransigenti e incontentabili tifosi bianconeri, abituati a pretendere tanto i trofei quanto l’allontanamento degli allenatori poco amati, il successo non basta a cancellare i quattro mesi horror vissuti in campionato. Il giudizio sulla gestione tecnica rimane immutato: la Coppa non riscrive la narrazione di una stagione segnata da crolli improvvisi, blackout inspiegabili e un gioco spesso giudicato insufficiente. Il trofeo, pur prezioso, arriva come una parentesi luminosa in un percorso pieno di ombre.

E come biasimarli, se parliamo della squadra più titolata d’Italia, abituata a vincere e a dominare? I tifosi juventini hanno passato gli ultimi mille giorni a chiedersi quando sarebbe tornata una Juventus capace di imporsi nello spirito e nei risultati, come nelle stagioni d’oro. Per questo, gli occhi sono già rivolti inevitabilmente alla prossima stagione, nella speranza che un nuovo condottiero – che verosimilmente prenderà un treno da Piazza delle Medaglie d’Oro – possa restituire a una squadra in punto di morte sportiva almeno una goccia di splendore, un segnale di rinascita.

Sul versante opposto, i sentimenti sono quelli del dolore e del rimpianto. L’Atalanta ha trascorso buona parte della finale nella metà campo avversaria, attaccando con coraggio e continuità, mostrando la solita intensità che l’ha resa una delle realtà più affascinanti del calcio italiano. Ma la risposta della Juventus è stata quella della difesa a oltranza, agevolata da un gol arrivato dopo pochi minuti che ha semplificato il piano partita dei bianconeri. Da lì in avanti, un catenaccio quasi programmatico, con pochissima voglia di ripartire e l’unico obiettivo di resistere fino all’ultimo assalto.

Parafrasando il fautore di questa forma mentis tutta italiana: “meno male che non ha vinto il più bravo”. Una frase che, mai come questa volta, sembra fotografare perfettamente l’essenza della serata.