Conte, il rigore e la rabbia: quando il limite viene superato

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A San Siro la protesta diventa un caso che va oltre il campo

A San Siro, durante Inter – Napoli, non è andata in scena soltanto una partita di calcio. È andato in scena un episodio che interroga il ruolo, il linguaggio e la responsabilità di chi il calcio lo rappresenta ai massimi livelli.

La concessione del rigore all’Inter — decisione arbitrale destinata, come sempre, a dividere — scatena la reazione di Antonio Conte. Una reazione immediata, veemente, documentata dalle immagini televisive: l’allenatore del Napoli urla più volte “vergognatevi” rivolgendosi alla squadra arbitrale, calcia con stizza un pallone a bordo campo e colpisce una bottiglietta, mentre la tensione sale visibilmente.

Il tutto avviene subito dopo la decisione sul rigore, prima che la revisione VAR venga pienamente mostrata al pubblico. Pochi istanti dopo, le immagini chiariscono l’episodio: un contatto giudicato da molti osservatori come sufficiente a sostenere la scelta dell’arbitro Daniele Doveri. Decisione discutibile? Come tante. Inesistente? No.

Ed è qui che il caso smette di essere tecnico e diventa culturale.

Contestare è legittimo. Protestare è umano.
Ma rifiutare il verdetto trasformandolo in insulto è un’altra cosa.

L’espulsione di Conte non è un atto punitivo né una forzatura regolamentare: è la conseguenza naturale di un comportamento che ha oltrepassato il confine del dissenso. Un confine che un allenatore di questo livello conosce perfettamente.

Dopo il cartellino rosso, Conte segue la partita da una zona esterna al campo con partecipazione tutt’altro che defilata. Nessuna accusa formale, nessuna scorciatoia interpretativa. Ma l’immagine resta: quella di un allenatore che fatica ad accettare l’idea stessa di limite, anche quando il regolamento lo impone.

Nel post-partita Conte sceglie il silenzio. A parlare è il suo vice, Cristian Stellini, che richiama la frustrazione, la pressione, la settimana complessa. Spiegazioni comprensibili sul piano umano, ma insufficienti sul piano professionale. Perché se la pressione diventa una giustificazione, allora il problema non è più l’episodio: è il sistema.

Antonio Conte non è un allenatore qualunque. È un leader mediatico, un tecnico vincente, una figura che influenza il clima del campionato. Proprio per questo ogni gesto pesa di più. Quando un allenatore di questa statura urla “vergognatevi” agli arbitri, il messaggio che passa è devastante: la decisione non conta, il VAR non conta, l’arbitro è colpevole a prescindere.

E così il calcio perde ciò che gli resta di credibilità.

Il Napoli a San Siro ha mostrato carattere, qualità, personalità. Conte, invece, ha mostrato un limite. Non di passione, ma di responsabilità.

Chiosa finale

Il calcio chiede rispetto, regole, fiducia nel sistema.
Ma finché chi sta in alto preferisce l’urlo al giudizio e l’insulto all’attesa, ogni appello alla credibilità suona ipocrita.

I grandi allenatori non si riconoscono solo dalle vittorie.
Si riconoscono da come perdono il controllo.

Il Direttore
Walter Bucciarelli