Il “profeta” è uscito di scena nella sua città di residenza, Udine, a 84 anni.
Addio al maestro che fece grande Pescara
di Paolo De Carolis
Ci sono allenatori che passano, e uomini che restano. Giovanni Galeone appartiene alla seconda categoria: quella dei maestri, dei visionari, degli uomini che sanno trasformare una squadra in un’idea, una città in un racconto, un sogno in realtà.
Negli anni Ottanta, Pescara era una città che cresceva, che si allungava verso il mare e verso il futuro. Una città che voleva farsi conoscere, respirava entusiasmo e ambizione. Dopo la retrocessione di Catuzzi, il direttore sportivo Manni ebbe un’intuizione quasi poetica: affidarsi a un tecnico friulano dal carattere ruvido e dallo sguardo lungo, capace di leggere il calcio come un romanzo. Così, quasi in silenzio, arrivò Galeone. Nessuno lo sapeva ancora, ma stava cominciando una fiaba.
Con lui nacque una banda di ragazzi terribili — Berlinghieri, Pagano, Rebonato, Gasperini, Bosco, Camplone — giovani, sfrontati, pronti a tutto. Galeone prese il “verbo della zona” lasciato in eredità da Catuzzi e Prosperi e lo trasformò in arte. Il suo calcio era movimento, coraggio, fantasia: un’idea che anticipava i tempi, che faceva sognare anche quando non si vinceva.
Ogni partita diventava uno spettacolo, ogni vittoria un pezzo di storia. La prima volta a Teramo fu solo un lampo, un presagio. Poi vennero le domeniche di sole e di speranza, lo stadio pieno, la città che imparava a guardarsi allo specchio e a riconoscersi nella leggerezza di quel Delfino che nuotava alto, sopra ogni previsione.
In quegli anni, Pescara si scoprì viva. Cresceva nello sport, nella cultura, nell’economia. E Galeone ne divenne simbolo e voce: un uomo del Nord che parlava al cuore dell’Abruzzo, che sapeva farsi abbracciare da una città che lo adottò come un figlio. Un “patrono laico” del biancazzurro, un condottiero gentile, capace di unire il mare e la montagna in un’unica bandiera.
Attorno a lui c’era un mondo che respirava sport: la pallanuoto di Estiarte, il basket, la pallavolo. Ma il calcio di Galeone divenne qualcosa di più di un gioco. Fu linguaggio, identità, appartenenza. Un modo di dire: noi ci siamo, e non abbiamo paura di sognare.
Oggi che Giovanni Galeone ci lascia, è come se un pezzo di quel cielo che unisce l’Adriatico al Gran Sasso si fosse improvvisamente velato di malinconia. Ma in quel cielo, il biancazzurro brilla ancora. Brilla come le notti di festa, come gli occhi di chi c’era e non ha dimenticato.
Perché Galeone non se ne va davvero. Resta nei racconti dei padri ai figli, nelle fotografie ingiallite, nei cori di uno stadio che ancora oggi sussurra il suo nome. Resta nel sogno di una città che, grazie a lui, imparò a credere che anche da Pescara si poteva arrivare ovunque.
Addio, mister. E grazie per averci insegnato che anche il calcio può essere poesia.
