Il bosco come scuola di vita

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Riceviamo e pubblichiamo (*)

Il gran rumore provocato dall’ingiusto provvedimento del tribunale dei minori de L’Aquila, che, scientificamente, a suo dire, ha voluto sconfessare la tentazione di ritenere il bosco come una scuola di vita, è ben motivato. Così, dopo aver tolto, con un proprio atto di supremazia, la responsabilità genitoriale ai due genitori che vivevano con i tre figli minori in mezzo al bosco di Palmoli (CH), senza energia elettrica, senza bagno in casa e senza condotte di acqua diretta (come erano le case rurali, nel centro-sud, fino agli anni 60/70), utilizzando l’illuminazione solare, il pozzo e la natura come gabinetto, provvedendo, al contrario, direttamente all’istruzione dei figli, così come permette la legge italiana, tenendo conto che la madre era ed è una insegnante.

I figli, come attesta chi ha frequentato la famiglia, erano sereni e allegri, socievoli ed altruisti, come i genitori erano ben felici delle visite delle persone, anche se, talvolta, solo curiose. Era ed è una famiglia aperta al confronto. Tutti concordano che la casa era vecchia, non pericolante, ma pulita e che il bosco, con gli animali che lo frequentano, era fonte di innumerevoli valori educativi e sociali. Il vitto, seppur rigorosamente biologico, non mancava e il padre coltivava la terra e comprava nei negozi del paese ciò che la terra non produceva. Due fuochi servivano per cucinare, riscaldare l’acqua per il bagno, fatto in una capiente tinozza, e per le persone e gli animali domestici che liberamente convivevano con questa famiglia.

Era ed è una inalienabile libera scelta di vita e una educazione dei figli, senza condizionamenti della società attuale, succube dello sfruttamento del più debole da parte di una cultura dominante e discriminante. Una scelta che, però, non è stata compresa da chi avrebbe dovuto tutelare il superiore interesse dei minori.

Come associazione nazionale, abbiamo sperimentato il livello della giustizia esercitata, non solo in quel tribunale dei minori, ma anche della corte d’appello e del tribunale ordinario de L’Aquila e di quelli delle province abruzzesi, come Teramo, dove il tempo si è fermato e dove la tutela dei minori non è una priorità, ma un mistificato espediente per nascondere le tante ingiustizie denunciate dai separati. L’associazione dei magistrati, invece di difendere strutture giudiziarie indifendibili, asservite a certe logiche ideologiche e di genere, avrebbe dovuto garantire, da sempre e come suo dovere, il corretto funzionamento della giustizia minorile, sempre favorevole alle pretese del genitore collocatario e, quasi sempre, disponibile a condannare i padri, denunciati dall’altro genitore per reati inesistenti e abusivamente formulati con l’assistenza di centri antiviolenza, finanziati con soldi pubblici. La stampa, quasi tutta, è sempre allineata con il potere dei tribunali, della politica e dei servizi sociali, anche per non dispiacere ai giudici, che, in caso contrario, potrebbero prendere sgradevoli iniziative.

Ben venga l’indagine del Governo e del Ministro della Giustizia per una giustizia giusta, perché i minori vanno tutelati, sì, ma senza imporre metodi educativi che spettano esclusivamente ai genitori, ma non ai burocrati, ben pagati con soldi pubblici e che non rendono conto a nessuno.

Questo caso è solo la punta di un iceberg nazionale, a tutti noto, ma da nessuno seriamente affrontato. L’arroganza e prepotenza dei giudici, unita alla presunzione dei servizi sociali e alla latitanza degli amministratori (talvolta dovuta alla scarsa professionalità e conoscenza della psicologia minorile), non tutelano i minori, ma creano in loro un disagio che condizionerà la loro crescita e la fiducia nella società degli adulti.

Aiutare i genitori, senza far rinnegare loro le scelte esistenziali fatte, è un dovere della pubblica istituzione, mentre togliere i genitori ai figli per la non condivisione della metodologia educativa praticata per la loro crescita è una disumana presunzione che va, questa sì, repressa, anche con il licenziamento dei responsabili e/o con altri provvedimenti disciplinari e, se ne sussistono i presupposti, penali.

Ripetiamo energicamente, come associazione di genitori (non di soli padri o di sole madri), la nostra condanna delle scelte inopportune e precipitose di un assurdo potere giudiziario, ricordando che i figli sono dei genitori e non di cervellotiche e, purtroppo, non sempre disinteressate scelte. Giù le mani dai bambini!

(*) Ubaldo Valentini, pres. Associazione Genitori Separati per la Tutela dei Minori (aps)