
C’è un momento, nella storia di ogni Paese, in cui un’istituzione pubblica riesce a superare sé stessa. L’INPS, nell’udienza del 10 febbraio 2026 davanti alla Corte Costituzionale, ha deciso di farlo in grande stile: sostenendo che il ritardo nel pagamento del TFS non sarebbe solo una necessità di bilancio, ma addirittura una forma di “protezione” dei pensionati da loro stessi.
Sì, perché secondo i legali dell’Istituto, i cittadini – una volta ricevuta la liquidazione maturata in una vita di lavoro – sarebbero inclini a scialacquarla in spese irrazionali, come adolescenti alla prima paghetta. E dunque lo Stato, paterno e premuroso, trattiene i soldi per anni. Per il nostro bene.
Una tesi che sembra uscita più da un congresso del PCUS del 1978 che da un’aula della Corte Costituzionale della Repubblica Italiana.
Gli avvocati dell’INPS hanno citato studi di economia comportamentale e psicologia finanziaria secondo cui gli esseri umani tendono a prendere decisioni impulsive quando ricevono somme ingenti. E quindi, per evitare che i pensionati “si rovinino”, meglio erogare il TFS a rate, con calma, con comodo, magari dopo qualche anno. Una sorta di risparmio forzoso coatto, deciso dall’alto, perché il cittadino non è considerato abbastanza adulto da gestire ciò che è suo.
Il tutto mentre lo stesso INPS, con una serenità degna di miglior causa, paventa costi “insostenibili” per le casse pubbliche: 15,6 miliardi di euro, cifra contestata dalla controparte e giudicata sproporzionata rispetto ai calcoli della Ragioneria Generale dello Stato.
La parte più comica – se non fosse tragica – è che a impartire lezioni di prudenza finanziaria è un ente che da anni naviga tra buchi di bilancio, proiezioni incerte e acrobazie contabili. È come se un naufrago su una zattera si mettesse a spiegare a un comandante di nave come si governa un transatlantico.
Non stupisce che il SINAFI, il sindacato della Guardia di Finanza, abbia reagito con un comunicato durissimo: il TFS non è un premio, non è un regalo, non è una concessione benevola. È salario differito. Sono soldi dei lavoratori. E tenerli in ostaggio per anni è già di per sé un abuso. Sentirsi dire che è “per il loro bene” è un insulto aggiuntivo.
Poi c’è chi – come chi scrive – veleggia su posizioni ancora più intransigenti. Da liberali e liberisti, già l’idea che esista l’obbligo non solo di provvedere alla propria pensione, ma di farlo esclusivamente attraverso l’ente pubblico, fa venire il mal di stomaco.
Con uno sforzo di immaginazione, tuttavia, si potrebbe persino accettare l’obbligo di prestazione previdenziale (ma giammai quello di provvedervi mediante l’Ente pubblico) ma il TFS/TFR obbligatorio è un’altra cosa: è un’imposizione che non ha nulla a che vedere con la previdenza, ma con un’idea paternalistica dello Stato che decide come, quando e quanto il lavoratore debba risparmiare. Una roba che in un Paese anche velatamente liberale non si può sentire.
In Italia, invece, lo Stato non solo obbliga a risparmiare, ma trattiene il risparmio per anni e poi pretende pure di spiegare che lo fa per evitare che il cittadino “spenda male”.
È una visione che non appartiene a un’economia di mercato, ma a un modello di socialismo reale, dove il cittadino è un minore permanente e lo Stato il suo tutore. E non si tratta solo una faccenda tecnica, ma di una questione culturale. Riguarda il rapporto tra Stato e individuo. Riguarda la libertà economica. Riguarda la dignità del lavoratore.
Alessio Di Carlo