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      La CGIA di Meste denuncia il record della burocrazia con 35mila pagine di norme nel 2024

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      di Alessio Di Carlo

      Una montagna di carta alta quasi due metri, dal peso di 84 chilogrammi e composta da oltre 35mila pagine: è il bilancio della produzione normativa italiana nel 2024, secondo l’Ufficio studi della CGIA. Tra Gazzette Ufficiali, decreti, circolari e supplementi, sono stati pubblicati 305 numeri ordinari e 45 supplementi straordinari, per un totale di 35.140 pagine. Un dato che fotografa l’iperattività legislativa del Paese e che, se letto con attenzione, rivela un sistema burocratico sempre più ingessato, inefficiente e costoso.

      Il giorno simbolo: 18 aprile 2025

      Il picco assoluto è stato raggiunto il 18 aprile 2025, con il Supplemento ordinario n. 13 contenente gli indici sintetici di affidabilità fiscale (ISA), che hanno sostituito gli studi di settore. Quel giorno, imprese, commercialisti e associazioni di categoria si sono trovati di fronte a un documento di 5.157 pagine, un vero e proprio tomo che definisce gli indicatori economici per tutte le attività, con specificità territoriali. Un esempio emblematico di come la produzione normativa possa diventare un ostacolo anziché uno strumento di semplificazione.

      Un segnale positivo: l’abrogazione delle leggi prerepubblicane

      Tra le pubblicazioni del 2024, una ha rappresentato una svolta: il Supplemento ordinario n. 14 del 24 aprile ha abrogato 30.700 atti normativi risalenti al periodo 1861–1946. Regi decreti, leggi formali, decreti luogotenenziali e atti del governo fascista sono stati finalmente cancellati, con una riduzione stimata del 28% dello stock normativo statale vigente. Un’operazione di “pulizia legislativa” che si inserisce tra gli obiettivi del PNRR, orientato alla semplificazione amministrativa.

      Le cause della sovrapproduzione normativa

      Secondo la CGIA, l’eccesso di norme è dovuto principalmente a due fattori:

      • la mancata abrogazione delle leggi superate o concorrenti;
      • il ricorso massiccio ai decreti legge, che necessitano di ulteriori provvedimenti attuativi.

      Questa sovrapproduzione ha paralizzato la Pubblica Amministrazione, generando ritardi, incertezza interpretativa e un aumento della discrezionalità dei funzionari. Il risultato è una PA tra le meno efficienti d’Europa, con effetti devastanti soprattutto per le micro e piccole imprese.

      Norme incomprensibili e rischio corruzione

      Le leggi italiane, oltre ad essere numerose, sono spesso scritte in modo oscuro e contraddittorio. Questa confusione rallenta l’operatività degli uffici pubblici e alimenta comportamenti corruttivi. I dirigenti, di fronte all’incertezza normativa, acquisiscono potere decisionale e possono rinviare o bloccare provvedimenti, generando posizioni di rendita e favorendo pratiche illecite.

      Le proposte per uscire dal labirinto

      La CGIA indica alcune misure urgenti per migliorare il rapporto tra cittadini, imprese e PA:

      • ridurre e migliorare la qualità delle leggi, valutandone l’impatto reale;
      • monitorare gli effetti delle nuove norme e introdurre correttivi tempestivi;
      • digitalizzare la PA, rendendo i siti più accessibili e le procedure più snelle;
      • integrare le banche dati pubbliche tramite intelligenza artificiale;
      • consentire la compilazione delle istanze solo per via telematica;
      • standardizzare la modulistica;
      • investire nella formazione continua dei dipendenti pubblici.

      Il costo economico della cattiva burocrazia

      Il report stima che la cattiva burocrazia costi alle imprese italiane 57,2 miliardi di euro l’anno. Le città più penalizzate sono quelle con maggiore densità economica: Milano (6,1 miliardi), Roma (5,4), Torino (2,2), Napoli (1,9) e Brescia (1,4). In fondo alla classifica delle 107 province si trovano Enna, Vibo Valentia e Isernia (55) mentre le abruzzesi si collocano al 55mo posto con Chieti, Pescara 67mo, Teramo 69mo e L’Aquila 70mo.

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