Il primo giorno di insegnamento in carcere non assomiglia a nessun altro primo giorno di scuola.
Non c’è il vociare dei corridoi, né zaini appoggiati a terra, né campanelle che segnano l’inizio.
C’è un muro di cinta alto, continuo, una superficie senza finestre che accompagna il passo. Accanto a me una collega, e davanti un cortile aperto, attraversato da rumori metallici. Il lavoro riempie l’aria, come un respiro meccanico.
Camminiamo senza sapere subito quale cancello sia il nostro. L’esitazione dura poco, ma si imprime. È già una prima lezione: qui ogni varco è una scelta, ogni porta ha un peso. Non c’è una linea tracciata a terra. La regola è nello spazio stesso. Si cammina al centro, con il muro sulla destra e l’edificio sulla sinistra. Il passo trova da solo la distanza giusta, come se il corpo imparasse prima della mente.
Il percorso si apre come un labirinto. Un cancello, poi un cortile. Un altro edificio, un altro passaggio. Ogni svolta conduce a nuove porte, nuovi spazi che si offrono e si richiudono. A sinistra appare un campetto, vuoto. A destra l’edificio della scuola, riconoscibile solo perché sappiamo che è lì.
Non è difficile perdersi. Non nello spazio, ma nella sensazione che questo luogo si dispieghi senza fine, come se il cammino non fosse solo fisico, ma anche interiore.
La luce cade verticale, netta. Le ombre cambiano forma sulle superfici, e capisco subito che in questo luogo il tempo non si misura con gli orologi, ma con il movimento del sole e con l’attesa. Un detenuto guida un muletto. La macchina si muove lenta, controllata. Ma è il suo sguardo a fermarmi: diretto, breve, intenso. Un attimo soltanto, ma sufficiente a dividere due mondi. Noi entriamo. Lui resta. In quell’istante comprendo che il carcere non è fatto solo di muri e cancelli. È fatto soprattutto di soglie invisibili, di distanze che non si possono attraversare, di tempo che cambia consistenza.
Pochi minuti dopo siamo in aula. Ci sono banchi, lavagne d’ardesia, finestre di sbarre. Eppure tutto è diverso. La scuola qui non è solo apprendimento: è spazio, respiro, sospensione. Un luogo dove, per qualche ora, il tempo può smettere di pesare.
I ragazzi entrano uno alla volta. Alcuni alzano subito lo sguardo, altri lo tengono basso, come a misurare il terreno. Gli occhi si incrociano, si studiano, si riconoscono. Non c’è rumore, solo una cautela reciproca. Siamo tutti nuovi in questo primo giorno.
Ognuno porta una storia che ancora non conosco. Frammenti di vita nascosti dietro posture, silenzi, mezze frasi. Storie che non si raccontano subito, ma che attendono il momento giusto per affiorare.
Il primo giorno non si dimentica.
Perché è il giorno in cui si capisce che qui, prima ancora delle lezioni, comincia un racconto.
Mirta Basilisco
Docente di Lingua e Letteratura Spagnola
presso l’Istituto Aterno Manthonè di Pescara
