Continuità dottrinale della Guerra Fredda nel conflitto ucraino
di Simona Carucci (*)
La condotta di Vladimir Putin nel conflitto ucraino non può essere interpretata adeguatamente se analizzata esclusivamente attraverso categorie contemporanee di diplomazia preventiva, gestione delle crisi o risoluzione negoziata dei conflitti. Essa riflette una continuità culturale e dottrinale diretta con l’apparato di sicurezza sovietico e, in particolare, con la visione del mondo interiorizzata dal KGB durante la Guerra Fredda. Tale visione non considera il sistema internazionale come uno spazio regolato da norme condivise, ma come un ambiente strutturalmente ostile, dominato da rapporti di forza e da un conflitto permanente tra centri di potere antagonisti.
All’interno di questa cornice, la distinzione tra guerra e pace perde il suo significato classico. La dottrina sovietica, dalla fase staliniana fino agli ultimi manuali strategici degli anni Ottanta, ha sempre concepito la pace come una forma di lotta, condotta con mezzi diversi da quelli militari ma subordinata agli stessi obiettivi strategici. Il negoziato, in tale prospettiva, non è un meccanismo di composizione degli interessi, bensì un mezzo operativo per alterare il comportamento dell’avversario, indebolirne la coesione e consolidare i risultati ottenuti con altri strumenti.
La formazione di Vladimir Putin all’interno del KGB durante la fase terminale della Guerra Fredda ha prodotto una leadership strutturalmente orientata al conseguimento del risultato strategico, non alla ricerca del compromesso. Tale impostazione deriva direttamente dalla dottrina sovietica del confronto Est-Ovest, formalizzata a partire dal Rapporto Ždanov (1947) e rimasta operativa, nei suoi assunti fondamentali, fino al collasso dell’URSS.
In questa dottrina, il sistema internazionale è concepito come campo di conflitto permanente tra blocchi antagonisti. La “pace” non costituisce una condizione stabile né un obiettivo in sé, ma una fase strumentale, utilizzabile per consolidare posizioni, riorganizzare risorse e indebolire l’avversario. La successiva elaborazione della coesistenza pacifica (XX Congresso del PCUS, 1956) non modifica tale assioma: il negoziato viene esplicitamente inquadrato come strumento tattico della competizione strategica, non come meccanismo di risoluzione del conflitto.
Questo impianto è centrale per comprendere l’approccio russo ai negoziati sulla guerra in Ucraina. Per una leadership formatasi in questa cultura strategica, il dialogo diplomatico non è finalizzato a una pace equa o condivisa, ma a ottenere il riconoscimento politico di un rapporto di forza già imposto sul terreno. In termini dottrinali sovietici, l’accordo ha valore solo se sancisce un risultato acquisito; in assenza di tale condizione, il negoziato serve a guadagnare tempo, frammentare il fronte avversario o ridurre la pressione internazionale.
La continuità con la dottrina della Guerra Fredda emerge anche nella concezione putiniana della sicurezza: come nei manuali strategici sovietici degli anni Settanta, la distinzione tra guerra e pace è funzionalmente ambigua. Operazioni militari convenzionali, coercizione energetica, disinformazione e pressione diplomatica vengono utilizzate in modo integrato. In questo quadro, un cessate il fuoco o un accordo parziale non rappresentano la fine del conflitto, ma una sospensione operativa utile a riprendere l’iniziativa in condizioni più favorevoli.
Applicata al dossier ucraino, questa logica implica che ogni proposta russa di negoziato non può essere letta come apertura alla de-escalation, bensì come strumento di gestione strategica del conflitto. La pace, nella concezione ereditata dalla dottrina sovietica e interiorizzata da Putin, coincide con l’accettazione dell’imposizione russa: neutralizzazione dell’Ucraina, riconoscimento delle acquisizioni territoriali e limitazione strutturale della sovranità decisionale di Kyiv.
Da una prospettiva NATO, ne consegue che un processo di pace basato su concessioni reciproche, garanzie multilaterali e fiducia progressiva risulta strutturalmente incompatibile con una leadership di estrazione KGB. In assenza di un mutamento sostanziale del rapporto di forza, il negoziato non produce stabilizzazione duratura, ma rischia di tradursi in una ratifica temporanea dell’aggressione, coerente con una grammatica strategica di matrice Guerra Fredda.
Per Putin, come per la dottrina sovietica da cui proviene, la pace non è un compromesso tra eguali, ma il momento successivo alla vittoria. Tutto ciò che precede è gestione del conflitto, non sua risoluzione.
