Proteste in Georgia da oltre 400 giorni, influenza russa e diritti umani

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di Simona Carucci (*)

La Georgia vive da oltre 400 giorni di proteste non-stop, una delle più lunghe mobilitazioni civili nel Caucaso post-sovietico, innescate da un mix di contestazioni elettorali, scelte geopolitiche e preoccupazioni per i diritti democratici. La dinamica delle proteste, gli attori coinvolti e le reazioni nazionali e internazionali possono essere ricostruiti sulla base di fonti istituzionali e rapporti di organizzazioni per i diritti umani.

La crisi è esplosa dopo le elezioni parlamentari del 26 ottobre 2024 che l’opposizione e parte della società civile ha giudicato irregolari e non conformi a standard democratici, con accuse di manipolazione dei risultati elettorali, sospette anomalie statistiche e un clima politico fortemente polarizzato, secondo analisi accademiche delle serie elettorali. In seguito, il governo ha annunciato la sospensione delle trattative di adesione all’Unione europea fino al 2028, decisione percepita da molti come un allontanamento dalla prospettiva europea e un possibile riavvicinamento alla Russia, aumentando così la frustrazione popolare.

Le proteste si svolgono quotidianamente principalmente nella capitale Tbilisi, con partecipazione di studenti, lavoratori, professionisti, ONG, gruppi della società civile e cittadini comuni che chiedono maggiore trasparenza, rispetto dei diritti politici fondamentali, ripetizione delle elezioni, la liberazione dei manifestanti arrestati e il ritorno al percorso di integrazione europea e atlantica. Queste manifestazioni sono in larga misura pacifiche ma vengono regolarmente disperse con l’uso di mezzi di polizia come gas lacrimogeni, cannoni ad acqua, arresti e sanzioni amministrative, e vi sono numerose segnalazioni di violenze e maltrattamenti delle forze dell’ordine contro i manifestanti.

Il partito al potere, Georgian Dream, Sogno Georgiano, guidato dall’oligarca Bidzina Ivanishvili e dal primo ministro Irakli Kobakhidze, è stato etichettato dagli oppositori come filorusso per vari motivi, le sue origini politiche ed economiche, le scelte legislative e le politiche percepite come allineate alla visione geopolitica di Mosca piuttosto che a quella occidentale, nonché l’adozione di norme simili alla controversa legge russa sugli agenti stranieri che colpisce ONG e media indipendenti. Secondo il Parlamento europeo, il partito al potere mostra una crescente influenza russa e un arretramento dello stato di diritto, come evidenziato in una risoluzione approvata con ampio sostegno dei deputati. I protestanti non costituiscono un unico movimento strutturato ma piuttosto una coalizione fluida di gruppi pro-democrazia e pro-Europa.

Tra loro vi sono giovani, professionisti, organizzazioni civiche e minoranze sociali che vedono nella libertà di espressione, libertà di riunione e diritti politici la base per il futuro del Paese, valori incorporati sia nella Costituzione georgiana sia nei trattati internazionali di cui la Georgia è parte. Questi manifestanti rivendicano un modello di sviluppo democratico e garantito dal rispetto dei diritti fondamentali, opponendosi ai provvedimenti legislativi che restringono le attività civiche e criminalizzano le forme di dissenso pacifico. Le infiltrazioni russe, così come l’influenza geopolitica di Mosca, sono elementi ricorrenti nella retorica delle opposizioni e di osservatori esterni, che vedono nelle scelte di politica estera di Georgian Dream, incluse la sospensione dell’adesione all’Ue e l’adozione di normative di stampo autoritario, dei segnali di un riavvicinamento alla sfera di influenza russa, anche attraverso strumenti legislativi e politici che limitano la libertà di associazione e di espressione nello stile di Mosca.

Le reazioni internazionali sono state forti da parte di istituzioni democratiche. L’Unione europea ha condannato l’uso eccessivo della forza contro i manifestanti, denunciato arresti arbitrari e violazioni dei diritti umani, e sollecitato il rispetto dei diritti alla libertà di riunione e di espressione previsti dalla Costituzione georgiana e dagli obblighi internazionali del Paese. Organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno criticato con durezza le nuove leggi che criminalizzano il dissenso pacifico, evidenziando come tali norme violino gli standard internazionali in materia di libertà di protesta, mettendo in atto sanzioni e detenzioni che superano proporzionalità e necessità previste dal diritto internazionale. Alcuni Stati membri europei, come la Polonia, hanno imposto sanzioni a funzionari georgiani per la repressione delle proteste, e ONG hanno chiesto misure coordinate per contrastare la repressione di società civile e media indipendenti. Alla luce dei diritti umani, la situazione georgiana solleva serie preoccupazioni.

Il diritto alla libertà di espressione, di associazione e di riunione pacifica è sancito tanto dalla Costituzione della Georgia quanto da trattati internazionali come la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, di cui la Georgia è parte. Le misure legislative adottate e l’uso sproporzionato della forza contro manifestanti pacifici implicano una violazione di tali diritti, minando lo spazio democratico e il pluralismo politico necessari per un processo partecipativo e inclusivo.

La repressione del dissenso e la criminalizzazione di attività civiche non solo compromettono le libertà fondamentali dei cittadini georgiani, ma isolano il Paese rispetto alle comunità democratiche internazionali, rafforzando le tensioni interne e ostacolando la costruzione di un dialogo politico costruttivo basato sul rispetto delle norme e dei diritti umani. In una prospettiva di lungo periodo, la promozione e protezione dei diritti fondamentali resta un elemento cruciale per la stabilità, la fiducia nelle istituzioni e la coesione sociale in Georgia.

Fonte Interlegere (*)