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      Vite sottratte, libertà negate

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      In Afghanistan, quattro anni dopo il ritorno al potere dei talebani nell’agosto del 2021, la situazione delle donne e delle ragazze è drasticamente cambiata, evolvendosi in un sistema di esclusione e controllo totale. L’istruzione secondaria, superiore e universitaria è stata proibita, lasciando alle ragazze la possibilità di andare a scuola solo fino alla sesta classe. Le donne sono escluse dal lavoro in quasi tutti i contesti pubblici e privati, anche l’occupazione nelle organizzazioni internazionali è proibito, dove il divieto di lavorare per le ONG ha causato il blocco di attività essenziali per il sostegno alla popolazione. Per uscire di casa è necessario essere accompagnate da un mahram, un uomo di famiglia designato, compromettendo ogni autonomia di movimento e ogni possibilità di partecipare alla vita sociale. Incontri tra donne per strada o in luoghi pubblici sono vietati, e ogni interazione con uomini è rigidamente controllata. L’accesso ai luoghi culturali, ai locali pubblici e alle attività di comunità è praticamente inesistente. Le donne devono coprirsi completamente, viene imposto un codice di abbigliamento restrittivo, e perfino acconciare i capelli o curare le unghie senza violare norme interpretate in modo arbitrario dalle autorità talebane rappresenta un rischio di punizione. Matrimoni forzati e precoci, compresi casi documentati di bambine sposate sotto i dieci anni, permangono senza alcuna sanzione reale e le autorità forniscono solo indicazioni vaghe o prive di definizione concreta per rinviare la coabitazione, senza interventi giudiziari efficaci. Senza accesso a conti bancari, senza possibilità di decidere autonomamente sulle proprie cure mediche, sull’istruzione, sul lavoro o sul proprio destino personale, le donne vivono in una condizione che può essere descritta come segregazione di genere sistematica, di oppressione quotidiana e di impossibilità di autodeterminarsi, una forma di controllo che tocca ogni aspetto della vita privata e pubblica, è schiavitù. Le violenze domestiche e psicologiche rimangono impunite, mentre il controllo esercitato da istituzioni statali e dalle forze di polizia talebane intensifica la pressione e la paura, non solo per le donne ma anche per le figlie che crescono osservando modelli di subordinazione assoluta.

      Questa condizione di esclusione non è soltanto un insieme arbitrario di regole isolato, ma un meccanismo di potere che perpetua gerarchie, esclude intere categorie dalla partecipazione sociale e riproduce una logica di dominio. Gli uomini e le istituzioni esercitano un controllo polivalente, che incorpora regole di movimento, norme sull’aspetto corporeo, limiti all’accesso allo studio e al lavoro, e restrizioni all’espressione pubblica. La religione radicalizzata diventa strumento di legittimazione di un ordine sociale che impedisce alle donne di costruire reti autonome di supporto, contribuendo a consolidare una cultura di subordinazione che attraversa il tessuto familiare e politico. In questo senso, l’assenza di procedure legali trasparenti, l’interpretazione delle norme secondo usanze locali e pressioni sociali e l’impunità per chi violenta o reprime testimoniano una complicità strutturale tra dispositivi istituzionali e dinamiche di genere.

      La comunità internazionale ha reagito con prese di posizione e misure concrete, pur in modo non uniforme. Diversi organismi internazionali e paesi occidentali hanno denunciato la situazione come un vero e proprio gender apartheid. Il 21 gennaio 2026 Rosemary DiCarlo, capo degli affari politici delle Nazioni Unite, ha visitato Kabul sollecitando la revoca immediata delle restrizioni imposte alle donne e alle ragazze, sottolineando l’urgenza di un intervento per proteggere i diritti fondamentali e arginare l’esclusione sistematica. In precedenza, il 6 ottobre 2025, i membri del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite hanno adottato una risoluzione per istituire un meccanismo d’inchiesta permanente e indipendente sulle violazioni dei diritti umani in Afghanistan, evidenziando il deterioramento della situazione e la necessità di raccogliere e conservare prove di gravi crimini e abusi commessi contro la popolazione, in particolare contro donne e ragazze.

      In questo contesto di repressione, l’Australia si è distinta imponendo sanzioni mirate. Il 6 dicembre 2025 il governo australiano ha introdotto un quadro autonomo di sanzioni specifiche per l’Afghanistan, il primo del suo genere, con l’obiettivo di tenere i talebani direttamente responsabili per l’oppressione delle donne e delle ragazze. Queste misure includono il congelamento di beni, divieti di viaggio e restrizioni finanziarie contro funzionari talebani come Muhammad Khalid Hanafi, ministro della Promozione della Virtù e della Prevenzione del Vizio, Neda Mohammad Nadeem, ministro dell’Istruzione Superiore, Abdul-Hakim Sharei, ministro della Giustizia, e Abdul Hakim Haqqani, il giudice capo della Corte Suprema talebana, tutti accusati di aver contribuito alla negazione dell’accesso all’istruzione, all’occupazione, alla libertà di movimento e alla partecipazione alla vita pubblica per donne e ragazze. L’Australia ha inoltre introdotto un embargo sulle armi e proibizioni su servizi correlati all’attività militare verso persone o entità designate, e le sanzioni si inseriscono in un quadro più ampio che comprende oltre 140 individui e entità già soggetti al regime di sanzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Canberra ha dichiarato di mantenere un forte impegno umanitario, con oltre 260 milioni di dollari destinati all’assistenza umanitaria per gli afgani, con un’attenzione particolare alle donne e alle ragazze, pur mantenendo il quadro restrittivo contro le autorità talebane.

      Parallelamente, l’Unione Europea ha adottato sanzioni orientate alla tutela dei diritti umani, includendo nei propri regimi restrittivi individui talebani responsabili di violazioni gravi, compresi atti di discriminazione di genere. Nel luglio 2023, l’UE ha inserito nella sua Global Human Rights Sanctions Regime, un elenco di individui e entità responsabili di abusi, tra cui ministri talebani ad interim per l’educazione e la giustizia e il capo della Corte Suprema, per il loro ruolo nel privare le donne e le ragazze del diritto all’istruzione, all’accesso alla giustizia e all’uguaglianza di trattamento. Questa politica di sanzioni globali dell’Unione consente l’adozione di misure come il congelamento dei beni, il divieto di transazioni economiche e finanziarie e il blocco dei viaggi verso il territorio dell’UE per coloro ritenuti responsabili di violazioni dei diritti umani.

      L’UE ha inoltre espresso pubblicamente forte disapprovazione per decreti talebani, come la cosiddetta legge sulla “promozione della virtù e prevenzione del vizio” del 26 agosto 2024, che estende codici vestimentari restrittivi e norme che negano la libertà di espressione alle donne afghane, violando diritti umani fondamentali riconosciuti a livello internazionale. Le dichiarazioni congiunte di ministri degli esteri occidentali negli anni precedenti hanno ripetutamente condannato le decisioni dei talebani di escludere le donne dall’istruzione superiore e dal lavoro, evidenziando come tali misure aggravino la negazione sistematica dei diritti delle donne e delle ragazze.

      In netto contrasto con queste iniziative, la Russia ha rafforzato negli ultimi anni i legami con l’Afghanistan sotto il governo talebano. Pur non essendo tra i paesi che storicamente hanno imposto sanzioni all’Emirato Islamico dell’Afghanistan, la Russia ha riconosciuto formalmente il governo talebano il 3 luglio 2025 e ha rimosso i talebani dalla propria lista delle organizzazioni terroristiche, stabilendo relazioni diplomatiche e inviando rappresentanti a Mosca. Incontri recenti tra l’inviato afghano a Mosca, Gul Hassan Hassan, e funzionari russi come Alexander Shkirando e Dmitry Antonov hanno sottolineato l’importanza di rafforzare cooperazione commerciale ed economica, con l’intento di ampliare l’accesso dei prodotti afghani ai mercati russi e consolidare relazioni bilaterali che trascendono le considerazioni sui diritti umani. Questo orientamento evidenzia la differenza netta tra paesi occidentali che adottano sanzioni per violazioni dei diritti e paesi come la Russia che privilegiano l’interesse economico e strategico, ignorando le condizioni di oppressione sistematica delle donne in Afghanistan.

      Le restrizioni sull’istruzione, sul lavoro, sulla libertà di movimento, sull’espressione e sulla partecipazione pubblica non sono semplici regole amministrative, ma strumenti di controllo politico e di produzione di disuguaglianza, che consolidano gerarchie e limitano drammaticamente le capacità di scelta e di azione individuale, un vero apartheid. In assenza di istruzione superiore e di accesso all’occupazione, vaste fasce della popolazione femminile sono escluse dalla produzione di conoscenza e dalle dinamiche economiche, perpetuando una marginalizzazione che si riflette non solo nella vita personale, ma anche nel futuro collettivo del paese.

      La negazione delle donne in Afghanistan rappresenta una ferita aperta nel tessuto della civiltà internazionale e richiede non solo la denuncia, ma azioni concrete, coordinate, coerenti e sostenute nel tempo, affinché la dignità e la libertà delle donne afghane cessino di essere negazioni quotidiane e diventino realtà concreta.
      Simona Carucci

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