Se c’è un legame difficilmente scindibile questo è quello tra giustizia e spettacolo. Questo legame ha radici profonde, se pensiamo a cosa sono state le esecuzioni capitali in passato: vere e proprie kermesse, con tanto di quello che oggi chiamiamo street food per intrattenimento dei presenti; oppure se torniamo con la memoria ad Enzo Tortora fatto uscire a “favore di camera” con le manette ai polsi all’uscita della caserma di via dei Selci, senza dimenticare quello che a tutti gli effetti fu il primo, e forse più eclatante, caso, di quello che poi prenderà il nome di circo mediatico giudiziario, il caso Dreyfus. Sembra strano, ma tant’è: la ragione ovvero la categoria che più dovrebbe essere connessa alla giustizia, è stata costantemente scalzata dalla dimensione spettacolare. Se pensiamo all’affaire Dreyfus come ad una sceneggiatura, che tra i suoi ingredienti prevedeva una serie di pregiudizi, quello antisemita, quello verso lo straniero, e l’immancabile complotto, il lieto fine, quello che segnò i titoli di coda fu il celeberrimo J’accuse di Emile Zola, che altro non fu che il trionfo della ragione. Ed è proprio sulla figura di Emile Zola, anzi, sulle figure che oggi in qualche modo ne hanno raccolto l’eredità, che va posta l’attenzione. Penso a quella pletora di sedicenti giornalisti “d’inchiesta”, che oggi riempiono i palinsesti di TV pubbliche o private facendo le pulci ai più noti casi giudiziari. Poco o nulla importa che su queste vicende giudiziarie vi sia stata una decisione definitiva della magistratura o che siano in corso delle indagini per accertare le responsabilità. Il punto è che questi novelli Zola dei giorni nostri, pur raggiungendo il vigore argomentativo del loro antesignano, al contrario di lui più che contro i pregiudizi e per il trionfo della ragione si battono perché una serie infinita di illazioni possa riscrivere quelle vicende. Vicende che smettono di essere reali tragedie umane che coinvolgono familiari di vittime e colpevoli per divenire un infinito romanzo giallo di cui riscrivere la trama per individuare il colpevole a cui attribuire recondite motivazioni.
Della drammatica vicenda di quel tenente alsaziano ebreo non abbiamo saputo trarre tesoro. Oggi, esattamente come allora la giustizia, quella che piace, che fa audience è quella che fa spettacolo.
Un vero e proprio evento catartico, in cui il furore mediatico diventa un rito purificatore per gli spettatori e di cui i vari anchorman sono i sacerdoti. Davvero perché ostinarsi a pensare che la Giustizia può essere solo giusta quando ancor più che dell’efficienza può far faville e quattrini tra una pausa per gli acquisti e l’altra.
Andrea Granata