L’Armenia volta a Occidente: il lento arretramento dell’influenza russa in Europa

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di Simona Carucci

Le recenti elezioni in Armenia hanno confermato alla guida del Paese Nikol Pashinyan e il suo partito Contratto Civile (Civil Contract), rafforzando una linea politica orientata a una progressiva integrazione con l’Europa e a un ridimensionamento della tradizionale dipendenza strategica da Mosca. Il voto si è svolto in un contesto di forte polarizzazione geopolitica, nel quale una parte consistente dell’opposizione aveva invece sostenuto la necessità di riallacciare strettamente i rapporti con la Federazione Russa.
Tra i principali avversari di Pashinyan figuravano esponenti politici legati alle precedenti élite armene e favorevoli a un ritorno nell’orbita russa. Tra questi spicca l’ex presidente Robert Kocharyan, figura storicamente associata a rapporti privilegiati con il Cremlino e sostenuta da ambienti politici favorevoli al mantenimento dell’Armenia all’interno della sfera d’influenza di Mosca. Accanto a lui si sono collocati altri movimenti nazional-conservatori e filorussi che hanno fatto leva sul timore che l’allontanamento dalla Russia possa compromettere la sicurezza del Paese dopo la perdita del Nagorno-Karabakh.
Le elezioni hanno assunto così il significato di un vero e proprio referendum geopolitico. Da una parte vi era chi riteneva necessario proseguire il percorso di apertura verso l’Unione Europea e verso nuovi partner occidentali; dall’altra chi sosteneva che il futuro dell’Armenia dovesse continuare a essere legato alle strutture economiche e di sicurezza subordinate alla Russia. Durante il periodo pre-elettorale non sono mancate le minacce di Putin a far fare all’Armenia la fine dell’Ucraina (poco probabile dato lo stallo dei russi in Ucraina e i problemi economici per aprire un secondo fronte) e altre come le tipiche campagne di disinformazione e tentativi di influenzare il dibattito pubblico da parte di attori interessati a preservare il tradizionale peso del Cremlino nel Caucaso meridionale.
Nulla è servito per convincere un popolo che aspira ad una indipendenza e all’autodeterminazione. A guidare questo vi è Nikol Pashinyan, nato nel 1975, è un giornalista e politico armeno diventato figura centrale della cosiddetta “Rivoluzione di Velluto” del 2018, movimento che portò alla caduta del precedente establishment politico e all’avvio di un processo di democratizzazione del Paese. Dal 2018 guida il governo armeno e ha impostato la propria azione politica su tre pilastri: rafforzamento delle istituzioni democratiche, lotta alla corruzione, progressivo riequilibrio della politica estera armena verso Europa e Stati Uniti.
Dopo la perdita del Nagorno-Karabakh nel 2023 e il deterioramento dei rapporti con Mosca, Pashinyan ha sostenuto che la sicurezza dell’Armenia non può più dipendere esclusivamente dalla Russia e dalle strutture guidate dal Cremlino.
Il suo partito e partito vincente è Contratto Civile. Che tipo di partito è Contratto Civile? Il partito Civil Contract (Contratto Civile) è generalmente classificato come: liberale-democratico, europeista, riformista, favorevole all’integrazione nelle strutture politiche e normative europee.
Il governo Pashinyan ha promosso negli ultimi anni un’intensificazione delle relazioni con Bruxelles, inclusi programmi di assistenza europea, dialoghi sulla liberalizzazione dei visti e una maggiore cooperazione politica e di sicurezza.
Le elezioni del giugno 2026 sono state un vero e proprio referendum geopolitico sul futuro dell’Armenia. Dopo decenni di dipendenza dalla Russia, il Paese si trova oggi tra due modelli alternativi: mantenere il legame privilegiato con Mosca e con le organizzazioni guidate dalla Russia oppure proseguire il percorso di avvicinamento alle democrazie occidentali.
Il dibattito elettorale è stato inoltre influenzato dalla guerra del Nagorno-Karabakh e dalla percezione diffusa che la Russia non abbia garantito adeguatamente la sicurezza armena durante la crisi con l’Azerbaigian. Ciò ha eroso la fiducia di una parte significativa dell’opinione pubblica verso il tradizionale alleato russo, insieme ad altri motivi come quelli economici e non solo.
La vittoria di Pashinyan rappresenta quindi molto più di un semplice successo elettorale. Conferma la traiettoria filo-occidentale dell’Armenia; la volontà popolare di un ridimensionamento dell’influenza russa nel Caucaso meridionale; un segnale favorevole all’approfondimento dei rapporti con l’Unione Europea; un segnale chiaro nello spazio post-sovietico, tradizionalmente considerato da Mosca come area di influenza privilegiata.
La vittoria delle forze favorevoli a un progressivo avvicinamento all’Europa in Armenia si inserisce in un quadro geopolitico più ampio di ciò che appare, caratterizzato da una crescente erosione dell’influenza russa nello spazio post-sovietico. La Federazione Russa si trova infatti impegnata da oltre quattro anni in una guerra di logoramento in Ucraina, sottoposta a un vasto regime sanzionatorio occidentale e costretta a destinare ingenti risorse economiche, militari e politiche al conflitto.
In questo contesto, numerose società che hanno sperimentato direttamente il dominio sovietico o l’influenza politica russa sembrano manifestare una crescente insofferenza verso la prospettiva di un ritorno sotto l’orbita del Cremlino. In Georgia, da mesi, proteste popolari e mobilitazioni civiche contestano le scelte percepite come favorevoli a Mosca e denunciano restrizioni alle libertà politiche. Organizzazioni internazionali e osservatori indipendenti hanno inoltre segnalato arresti di oppositori, violenze, intimidazioni e pressioni nei confronti di attivisti e giornalisti.
L’Armenia rappresenta una diversa, ma altrettanto significativa risposta a questa dinamica. Non attraverso la piazza, bensì attraverso il voto, una parte consistente dell’elettorato ha confermato una leadership orientata alle democrazie europee.
Anche in altri Paesi tradizionalmente considerati parte della sfera d’influenza russa emergono segnali di cambiamento. In Serbia, pur permanendo solidi rapporti istituzionali con Mosca, ampie componenti della società civile e delle giovani generazioni mostrano una crescente apertura verso modelli politici ed economici europei. Persino in Ungheria, spesso descritta come il principale interlocutore della Russia all’interno dell’Unione Europea, c’è stata una svolta NO Russia.
Da questa prospettiva, l’esito elettorale armeno non rappresenta un evento isolato, ma un ulteriore indicatore delle difficoltà incontrate dal Cremlino nel mantenere la propria influenza politica in aree considerate per decenni parte del proprio spazio strategico privilegiato.
L’immagine che emerge è quella di una potenza che, pur rimanendo centrale negli equilibri euroasiatici, deve fare i conti con crescenti tensioni lungo il proprio perimetro geopolitico. Se per oltre vent’anni Mosca ha potuto contare su una sostanziale stabilità della propria sfera d’influenza, oggi si trova di fronte a un mosaico di contestazioni, riallineamenti e spinte autonomiste che ne mettono progressivamente in discussione il ruolo. In questo senso, la Russia può essere descritta come un vaso che continua a mantenere la propria forma ma nel quale le crepe appaiono sempre più visibili.