di Andrea Granata│
Uno dei tanti ricordi che ho risale ai tempi in cui iniziai a frequentare le scuole medie. Poco più che bambino mi ero convinto che, insieme all’altezza, ci fosse qualcosa che distingueva quelli come me dagli altri che frequentavano le classi superiori. Mi ero convinto che una delle principali differenze tra me e quelli più grandi fosse data, da parte loro, dall’uso disinvolto degli avverbi.
Devo dire che all’epoca a me non era chiarissimo cosa fosse un avverbio, mi limitavo infatti a notare le parole che finivano in mente.
Poi è arrivato il momento in cui anche per me l’uso degli avverbi è diventato qualcosa di normale ed il fascino per le parole che finivano in mente è scemato.
Qualcosa di simile sta accadendo adesso a distanza di molti anni dalla mia fascinazione per gli avverbi.
Stavolta più che il suono delle parole che finiscono in mente, la mia attenzione è catturata da un’evocazione pronunciata in ogni dove e con grande frequenza: onestà intellettuale. Ammetto, credo per onestà intellettuale, che oggi sentire quest’espressione non mi genera l’ammirazione che provavo da bambino verso chi padroneggiava gli avverbi.
Diversamente dagli avverbi, che mi apparivano un passaggio della mia crescita, l’espressione onestà intellettuale mi appare come un enigma. Mi chiedo che cosa volesse dire in origine, prima di essere banalizzata e svilita a una sorta di intercalare, un vero e proprio tic linguistico.
Sentire nel mezzo di qualunque discorso di questa onestà intellettuale mi infastidisce.
Un riflesso simile a quello provato per l’odierna diffusione dei tatuaggi.
Per me i tatuaggi erano un fatto privato: il turbamento per un microscopico triangolo sulla mano destra della cassiera della mia banca, quasi quarant’anni fa. Qualcosa che me la faceva riconoscere anche senza guardarla in viso.
Perché svuotare di senso qualcosa, un tatuaggio o un’espressione linguistica?
Perché una scelta che dovrebbe essere propria è diventata un passe-partout di cui si sente la necessità invece di un desiderio di libertà?
Perché forse dietro queste piccole cose c’è l’essenza del conflitto sociale, di quella che un tempo era chiamata lotta di classe. Quella lotta di classe che qualcuno, più di cinquant’anni fa, tacciato di eresia dai suoi stessi compagni, descrisse come una sublimazione dei valori che apparentemente si voleva abbattere.
Quel che dovrebbe preoccuparci è che, se cinquant’anni fa Pasolini era profetico, oggi non si può parlare di profezie, ma di qualcosa che somiglia a una tarantella insulsa.
Qualcosa che ha in sé una certezza ed un destino: non ci sarà più un’altra cassiera con il triangolino tatuato tra l’indice ed il pollice della mano destra.
