Città Sant’Angelo protesta col duce e chiede di non accumunarla ad Atri

0
130

di Paolo De Carolis

In un polveroso archivio di una casa avita del centro storico di Città Sant’Angelo ho trovato un documento interessante. Se non l’avessero già detto avrei scritto: “dilavato e graffiato autografo“. Bene, il testo, scritto in un italiano fulgido che, qualcuno ha definito, astiosamente, retorico, ha un prosa avvolgente che incalza il lettore, sciorinando un lessico davvero brillante con termini, sbrigativamente, oggi considerati desueti ma, che contengono una forza comunicativa rara. Si va da “elasso” per dire trascorso, passato a “appigionasi“, disponibile per l’affitto, fino a “non è guari” che intende da poco.

La lettera indirizzata nel 1924 dall’amministrazione comunale di Città Sant’Angelo a Benito Mussolini, allora presidente del Consiglio dei ministri, rappresenta un documento significativo per comprendere la posizione politica, economica e identitaria della città angolana nel primo periodo del regime fascista. Il testo, redatto dalla Giunta municipale e datato 10 dicembre 1924, si configura come una supplica istituzionale e insieme come un memoriale politico con cui la comunità locale tenta di difendere il proprio ruolo amministrativo e culturale all’interno della provincia teramana.

Il contenuto della rivendicazione

Il documento nasce dalla preoccupazione per una serie di decisioni amministrative che avevano colpito duramente la città. In particolare vengono ricordate la soppressione della Regia Scuola Normale “Bertrando Spaventa”, istituzione educativa di grande rilievo per l’Abruzzo, e la perdita della Pretura mandamentale, elementi che avevano storicamente garantito a Città Sant’Angelo un ruolo centrale nella vita amministrativa del territorio.

La lettera denuncia inoltre il progetto di riorganizzazione delle circoscrizioni amministrative che avrebbe trasferito il capoluogo mandamentale ad Atri, “… perché noi non abbiamo avuto mai comunanza sia di tradizioni né di interessi e nemmeno di diretta viabilità con quest’ultimo centro pur degno di ogni rispetto e considerazione.” , ridimensionando, così, il peso politico della città. Gli amministratori angolani sottolineano come questo processo abbia provocato un progressivo declino economico e sociale, trasformando un centro vivace e frequentato in un paese che percepisce ormai se stesso come “morente”.

L’obiettivo della missiva è quindi duplice: da un lato chiedere il ripristino delle istituzioni soppresse o trasferite, dall’altro ribadire il prestigio storico e civile di Città Sant’Angelo come naturale centro amministrativo e politico della zona.

Il contesto economico e geografico

Il documento offre indirettamente anche uno spaccato del contesto economico e geografico della città. Città Sant’Angelo viene descritta come un centro di circa diecimila abitanti, collocato in una posizione particolarmente favorevole sulle colline che dominano la costa adriatica. Il territorio circostante è caratterizzato da campagne fertili e da un’economia agricola dinamica, sostenuta da un sistema di relazioni commerciali con i centri costieri e con l’entroterra.

La lettera fa riferimento anche alla vivacità della vita cittadina: i collegamenti automobilistici con Montesilvano, la presenza di alberghi frequentati da viaggiatori e studenti e il ruolo della scuola magistrale come polo di attrazione culturale. La perdita di queste funzioni amministrative e scolastiche viene descritta come una causa diretta della crisi economica locale, con conseguenze sulla mobilità, sul commercio e persino sull’occupazione delle famiglie che vivevano dell’ospitalità offerta a professori e studenti.

La memoria storica e l’argomento patriottico

Un elemento centrale della lettera è il ricorso alla memoria storica. Gli estensori del documento ricordano il contributo della città alle grandi vicende nazionali: la partecipazione al movimento risorgimentale, il sostegno alle imprese di Giuseppe Garibaldi, e il sacrificio di numerosi cittadini nella Prima guerra mondiale.

Accanto a questa tradizione patriottica viene sottolineata anche la precoce adesione della città al movimento fascista. Città Sant’Angelo rivendica infatti di aver formato un proprio fascio già nel 1920 e di aver contribuito con molti giovani alla Marcia su Roma. Il richiamo alla fedeltà al regime non è casuale: esso costituisce una strategia retorica per presentare la richiesta di intervento come un atto di giustizia nei confronti di una comunità politicamente allineata al nuovo potere.

La prosa della lettera

Dal punto di vista stilistico, la prosa della lettera rispecchia il linguaggio amministrativo e retorico dell’Italia degli anni Venti. Il tono è solenne, fortemente rispettoso dell’autorità del capo del governo e scandito da formule di deferenza (“Eccellenza”).

La struttura del testo alterna dati concreti – come la descrizione delle istituzioni soppresse e delle difficoltà economiche – a passaggi più emotivi e patetici. L’immagine di una città ridotta quasi al silenzio e privata delle sue funzioni civili serve a costruire una narrazione drammatica della crisi locale.

La retorica patriottica e la celebrazione del sacrificio dei cittadini caduti in guerra contribuiscono a rafforzare l’argomentazione, inserendo la vicenda amministrativa di un piccolo centro abruzzese dentro la più ampia storia della nazione italiana.

Una lettura critica

Dal punto di vista storico, il documento riflette una dinamica tipica dell’Italia del primo Novecento: la competizione tra centri urbani per ottenere funzioni amministrative, scuole e uffici pubblici, considerati strumenti decisivi per lo sviluppo economico e per il prestigio politico locale.

La lettera mostra anche come le amministrazioni locali cercassero di dialogare con il nuovo potere centrale fascista adottandone il linguaggio e i riferimenti ideologici. La proclamata fedeltà al regime diventa quindi un elemento retorico funzionale alla richiesta di tutela degli interessi cittadini.

Al tempo stesso il documento restituisce l’immagine di una comunità consapevole del proprio passato e del proprio ruolo territoriale. Attraverso il richiamo alla storia, alla posizione geografica e alla vitalità economica del passato, la Giunta municipale tenta di dimostrare che Città Sant’Angelo non è un centro marginale ma un luogo che merita di mantenere una funzione guida nell’organizzazione amministrativa dell’area.

In conclusione, la lettera del 1924 non è soltanto una richiesta burocratica rivolta al governo, ma un vero manifesto identitario. In essa si intrecciano orgoglio civico, memoria storica e strategia politica, offrendo uno spaccato significativo delle tensioni e delle aspirazioni di una comunità abruzzese nell’Italia dei primi anni del regime fascista.