
La sequenza di episodi che negli ultimi mesi ha visto protagonisti adolescenti e giovanissimi – aggressioni, risse, violenze improvvise, fino a casi estremi di omicidio – compone un quadro che inquieta e interroga. Non solo per la gravità dei fatti, ma per la loro frequenza crescente. È una dinamica che, come osserva Francesca Mastrantonio, presidente dell’Istituto Integrato di Ricerca e Intervento Strategico (Iiris), attiva immediatamente un bisogno di spiegazione: comprendere per contenere la paura, per ricostruire un senso di sicurezza incrinato da una violenza che appare sempre più priva di motivazioni riconoscibili.
Secondo Mastrantonio, la tentazione di ricondurre tutto a cause semplici è fuorviante. La violenza giovanile non appartiene a un’unica categoria sociale né può essere confinata ai margini. Attraversa contesti diversi e riguarda l’intera società. Gli studi confermano il legame tra esposizione alla violenza in ambito familiare e comportamenti aggressivi in età evolutiva, ma ridurre tutto alla responsabilità delle famiglie significherebbe ignorare la complessità del fenomeno.
Viviamo in un tempo segnato da trasformazioni profonde: l’impatto pervasivo dei social media, la pressione di eventi globali destabilizzanti – pandemie, conflitti, crisi economiche – e un clima di incertezza che pesa soprattutto sulle nuove generazioni. Anche il modello educativo è cambiato. Alla famiglia normativa, fondata su regole chiare e non negoziabili, si è sostituita una famiglia centrata sugli affetti, dove dialogo e negoziazione prevalgono. Un approccio nato dal desiderio di proteggere i figli, ma che può rendere più difficile interiorizzare limiti e confini.
Il rischio, osserva la presidente di Iiris, è quello di una delega all’esterno delle regole: limiti che arrivano tardi, percepiti come ingiusti, difficili da accettare. Quando la realtà impone frustrazioni inevitabili, lo scarto tra aspettative e esperienza può generare senso di tradimento, impotenza, rabbia. In questo scenario anche gli adulti appaiono disorientati, spesso privi di strumenti adeguati per affrontare un contesto in rapido mutamento.
Per Mastrantonio è necessario un ripensamento collettivo che coinvolga famiglie, scuola, istituzioni educative e sociali. Serve un modello fondato sulla corresponsabilità, capace di leggere il disagio giovanile e costruire risposte condivise. Al centro, la qualità delle relazioni: chiarezza, coerenza, rispetto. Non in contrapposizione all’empatia, ma come condizione per rafforzarla.
Colpisce, nota la presidente di Iiris, un paradosso contemporaneo: le tecnologie più avanzate, progettate per interagire con gli esseri umani, adottano modelli comunicativi gentili e rispettosi. Un’indicazione, forse, della direzione da seguire anche nei rapporti tra persone. Educare al limite non significa imporlo con la forza, ma renderlo comprensibile e condivisibile. E questo richiede adulti capaci di incarnare ciò che insegnano.
In assenza di riferimenti solidi, conclude Mastrantonio, il rischio è che la violenza smetta di essere un’eccezione e diventi, sempre più, una modalità di relazione.