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      “Sei mesi senza social, scrollavo 12 ore al giorno, ora sono libera”

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      Come una giovane content creator ha spezzato la dipendenza da TikTok e Instagram che le stava rovinando la vita

      di Andrea Carlino (*)

      Giulia non è il suo vero nome, ma la sua storia è reale come quella di milioni di giovani intrappolati nel loop infinito dei social media. A 25 anni, la content creator milanese ha vissuto sulla propria pelle gli effetti devastanti di una dipendenza digitale che le consumava fino a 12-13 ore al giorno di screen time.

      Il buco nero dello scrolling compulsivo


      “Entravo senza neanche accorgermi“, confessa Giulia nel suo video-testimonianza che ha raccolto migliaia di visualizzazioni. “Sbloccavo il telefono come se fosse un tic e cliccavo l’app. Non so dirvi quante volte mi sono trovata sul feed di TikTok pensando: perché sono entrata qua?”. La giovane descrive quello che definisce il “buco nero”: uno o due giorni in cui l’ansia la paralizzava completamente, costringendola a scrollare compulsivamente per ore senza riuscire a fare altro. “Mi pesava fare qualsiasi cosa”, racconta. “Poi mi stufavo, cancellavo le app, restavo senza per una settimana, le riscaricavo e ricominciava il loop infinito“.

      Il meccanismo perverso era sempre lo stesso: utilizzava i social per distrarsi dai pensieri negativi, ma finiva per alimentarli ancora di più. “È come un cane che si morde la coda”, spiega. La FOMO (Fear of Missing Out) la spingeva a desiderare cose che in realtà non voleva davvero, solo perché le vedeva online. “Molte delle cose che pensavo di voler ottenere si basavano su quello che gli altri percepivano come successo”, ammette.

      Una generazione in fuga dai social: le testimonianze che fanno riflettere


      La confessione di Giulia ha scatenato un’ondata di testimonianze spontanee che rivelano l’ampiezza del fenomeno. “Sarebbe bellissimo tornare a prima di TikTok, prima dei reel“, scrive un utente nostalgico. “Questi video brevi hanno rovinato completamente tutto, rendendoci dipendenti a livelli estremi“. Un commento che fotografa il rimpianto di un’intera generazione per un’epoca pre-algoritmi.

      Particolarmente toccante la storia di Letizia, 25 anni: “Ho disinstallato i social all’età di 14 anni. Sentiva che mi faceva stare male comparare la mia vita a quella degli altri, e soprattutto è tutto finto”. La giovane, che definisce se stessa “una ragazza con una vita attiva”, ha scelto di crescere senza Instagram: “Vi posso dire che si vive benissimo senza tutta quella roba che secondo me ha veramente pochi aspetti positivi“.

      Le testimonianze rivelano pattern ricorrenti. Un utente confessa: “Ho dovuto disattivare tutte le storie di Instagram di ogni persona che seguivo, dato che mettevo sempre a paragone la loro e la mia vita”. Un altro racconta: “Ho cancellato Instagram da qualche mesi e la differenza è stata netta. Vivo uno stile di vita in cui la concentrazione è fondamentale, e liberarmi da quella continua distrazione ha migliorato drasticamente le mie prestazioni”.

      I paradossi della disconnessione digitale


      Emerge un paradosso significativo: molti utenti scappano da un social per rifugiarsi in un altro. “Anch’io ho disinstallato tutti i social circa 6/7 mesi fa… e ora eccomi su YouTube a guardare nuovamente contenuti casuali“, ammette onestamente un commentatore. La migrazione digitale sembra essere un fenomeno comune: si abbandona Instagram per TikTok, si lascia TikTok per YouTube, in una ricerca infinita di una piattaforma “meno tossica”.

      Interessante la riflessione sulla noia come risorsa creativa: “La noia è la base della creatività. Più che impegnarla serve darle spazio”, scrive un utente filosofico. Un altro aggiunge: “Quando mi annoio, in situazioni come code e attese varie, guardo le persone. È incredibile quanti dettagli si notino”. Osservazioni che rivelano come la disconnessione digitale possa riaprire canali di percezione del mondo reale ormai atrofizzati.

      La soluzione che ha cambiato tutto

      La svolta è arrivata con Opal, un’app di controllo parentale che Giulia ha scoperto – ironicamente – attraverso una pubblicità su Instagram. A differenza di altri sistemi di blocco, Opal costringe l’utente a una “trafila” per sbloccare le app: entrare nell’applicazione, cliccare sul blocco, aspettare 20-30 secondi, selezionare una pausa massima di 15 minuti. “Sembrano pochi secondi, ma quando stai lì ad aspettare col telefono davanti sono infiniti”, spiega.

      Dopo sei mesi di questo regime, i risultati sono evidenti. Il tempo davanti allo schermo è crollato da 12-13 ore a 4 ore al giorno. “Riesco a guardarmi un film senza mai prendere in mano il telefono”, racconta. “Ho letto cinque libri solo a maggio, ho ripreso a suonare il pianoforte, faccio collanine, provo nuove ricette”. L’ansia è diminuita drasticamente e si sente “molto più libera di fare quello che mi va, con molta meno pressione di dover performare per qualcuno”.

      Le storie di liberazione digitale raccontate nei commenti dimostrano che il problema è più diffuso di quanto si pensi, ma anche che una soluzione è possibile. Come scrive un utente: “Finalmente qualcuno ne parla. È qualcosa che accomuna tantissimi”.

      Fonte Orizzonte Scuola

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