Il naufragio dell’anima all’Euganeo

0
89

Il Pescara abdica tra codardia e immaturità. Ora serve un miracolo che sa di utopia

Esistono modi e modi per perdere, per cadere, per scivolare nel baratro. Ma quello scelto dal Pescara all’Euganeo è, senza ombra di dubbio, il più umiliante possibile per una piazza che vanta decenni di storia nobile tra i professionisti. Non è solo il fischio finale a fare male; è la sensazione di aver assistito a una resa morale collettiva ancor prima che tecnica. La retrocessione in Serie C non è ancora ufficializzata dalla matematica, ma la realtà dei fatti parla di un verdetto che pende sulla testa del Delfino come una ghigliottina pronta a scattare. Resta un lumicino di speranza, un incastro di risultati che richiede un miracolo divino, ma dopo aver visto la “paura” negli occhi dei leader, parlare di salvezza sembra quasi un esercizio di crudele fantasia.
Il match contro il Padova è stato l’emblema perfetto di tutta la stagione biancoazzurra: una squadra che galleggia nel “vorrei ma non posso”, incapace di sferrare il colpo di grazia a un avversario che, per larghi tratti, è apparso svogliato e privo di mordente. Il Padova di oggi non ha giocato a calcio; si è limitato a occupare gli spazi, quasi assistendo con curiosità al suicidio sportivo dei ragazzi di Gorgone.
Eppure, a voler guardare i freddi dati del campo, la fase difensiva aveva retto. Bettella e Capellini sono stati probabilmente gli ultimi a mollare, ergendo una diga che ha retto l’urto di un attacco veneto quasi inesistente. Anche Saio, tra i pali, ha risposto presente ogni volta che la palla ha stazionato pericolosamente dalle sue parti. Ma è dalla metà campo in su che il Pescara si è sciolto come neve al sole. Una manovra lenta, prevedibile, asfittica, che ha isolato Di Nardo prima e Russo poi, in un deserto di idee che ha reso la partita una lenta agonia verso l’inevitabile.
L’episodio che rimarrà impresso nella memoria collettiva come l’istante esatto del fallimento di questo progetto è il minuto 75. Calcio di rigore per il Pescara. Sullo 0-0, con la salvezza che passa per quegli undici metri, ci si aspetterebbe di vedere i calciatori con più “galloni”, quelli con gli ingaggi pesanti e le centinaia di presenze, fare a spallate per prendersi la responsabilità.
Invece, abbiamo assistito a uno spettacolo vergognoso. La lista di Gorgone era gerarchicamente definita: Insigne, Brugman, Olzer, Valzania. Eppure, davanti a quel pallone che pesava tonnellate, è scattato un ammutinamento silenzioso. Nessuno se l’è sentita. Insigne ha guardato altrove, Brugman non ha fatto un passo avanti, Olzer e Valzania sono rimasti immobili come statue di sale. Anche Caligara e Letizia, pilastri d’esperienza che avrebbero dovuto infondere coraggio, si sono defilati.
La palla della vita è finita tra le mani di Flavio Russo, un ventunenne subentrato con l’entusiasmo della gioventù ma senza la malizia necessaria. Vedere un ragazzo di vent’anni lasciato solo al suo destino dai propri “maestri” è l’istantanea più cruda dell’immaturità di questo gruppo. L’errore dal dischetto non è un peccato tecnico di Russo, ma un peccato originale di chi, per paura di sbagliare, ha preferito non giocare.
Come spesso accade a chi non ha il coraggio di vincere, il calcio punisce senza pietà. Al 94esimo, quando ormai il pareggio sembrava il male minore, è arrivata la zampata di Pastina. Una disattenzione fatale della difesa, forse annebbiata dalla frustrazione del rigore fallito, che ha regalato al Padova tre punti immeritati e al Pescara una condanna che brucia come sale sulle ferite. Perdere oggi era vietato, e perderla così, all’ultimo respiro dopo aver abdicato alla propria dignità sul dischetto, rende tutto più insopportabile.
Siamo realisti: la retrocessione è quasi certa. Tuttavia, la matematica tiene ancora in vita una flebile fiammella. Per accedere ai play-out e sperare ancora di mantenere la categoria, serve un allineamento astrale che oggi appare puramente utopistico:
Il Pescara deve battere obbligatoriamente lo Spezia in casa all’ultima giornata.
Il Bari deve perdere a Catanzaro.
Se una di queste due condizioni dovesse mancare, la caduta in Serie C sarà definitiva. Ma con quale forza mentale questa squadra affronterà lo Spezia dopo il disastro morale di Padova? Come si può chiedere ai tifosi di credere ancora in un gruppo che, nel momento in cui doveva dimostrare di avere gli attributi, si è letteralmente “fatto sotto”?
È tempo di un’analisi di coscienza brutale. Questo progetto è fallito perché è stato costruito sull’illusione che i nomi potessero sostituire il carattere. La prima parte del campionato ci aveva raccontato una storia diversa, forse drogata da qualche risultato positivo che ha coperto lacune caratteriali enormi. La verità è che il Pescara ha dilapidato il suo credito con la sorte partita dopo partita, cestinando punti contro avversari mediocri e sciogliendosi sistematicamente davanti alle difficoltà.
Si è trattato di una perdita della Serie B guadagnata con un’immaturità sconcertante. Una squadra composta da esperti che si comportano come esordienti impauriti non può avere cittadinanza in una categoria complessa come la cadetteria.
Il futuro, al momento, è un buco nero. La Serie C è un inferno che non fa sconti e dal quale risalire è un’impresa titanica che richiede uomini, prima che calciatori. Se il miracolo contro lo Spezia non dovesse avvenire, sarà necessario fare tabula rasa. Ripartire dalle macerie di Padova significa ammettere che questa maglia è stata onorata solo da pochi, mentre troppi altri si sono limitati a indossarla senza mai sentirne il peso.
Il Pescara merita rispetto. Lo meritano i tifosi che hanno macinato chilometri per assistere a questo scempio. Oggi la città si sveglia con la consapevolezza che il “miracolo” è l’unica via d’uscita, ma anche con il sospetto atroce che questo gruppo non abbia più la forza nemmeno per sognarlo. Sabato prossimo contro lo Spezia sarà l’ultima chiamata: o si vince, o si scompare nell’oblio della C.
Diego Schiazza