
Il corpo dei cittadini come rappresentazione del potere politico
di Simona Carucci
In Iran l’abuso del corpo dei rivoltosi non è una deviazione emergenziale, ma una pratica strutturale del potere: il corpo come proprietà politica prima ancora che come vita.
Le impiccagioni pubbliche e le esecuzioni sommarie non segnano una rottura, bensì la continuità di una violenza istituzionalizzata da decenni.
Quando lo Stato spara ai feriti negli ospedali, non improvvisa: agisce secondo una razionalità del dominio sedimentata nel tempo.
Nella Repubblica Islamica dell’Iran, la religione sciita non solo costituisce il fondamento morale della società, ma serve anche come strumento di legittimazione politica e giuridica. La violenza è giustificata come tutela dell’ordine morale divino e sociale. In questo quadro, il corpo del dissidente diventa veicolo sia della punizione fisica sia del messaggio morale e politico: la violazione della legge divina è infatti percepita come un’offesa alla rūḥ (vuol dire anima/essenza spirituale, non è un termine tecnico penale, comunque influenza la legge islamica) collettiva della comunità.
La definizione ampia e discrezionale di alcuni crimini consente al sistema giudiziario iraniano di esercitare le pene taʿzīr (disonorare un criminale per il vergognoso atto commesso), lasciando agli giudici discrezionalità nell’applicazione e intensità delle sanzioni, secondo la percezione del danno morale e spirituale. Il corpo dell’oppositore come simbolo del potere dello Stato, deumanizzato. Questa strumentalizzazione della religione trasforma atti di dissenso in trasgressioni religiose, rendendo la repressione non solo legalmente giustificabile, ma anche teologicamente legittima agli occhi della comunità di riferimento. Tale meccanismo crea un’intersezione tra etica religiosa, diritto positivo e controllo politico, in cui il corpo del cittadino diventa il punto di incontro tra disciplina morale e autorità statale.
La combinazione di principi religiosi, pena fisica e intimidazione rafforza la legittimità teologica dello Stato, mentre limita lo spazio per il dissenso pubblico e politico. In conclusione, in Iran la religione sciita funge da strumento di controllo, permettendo allo Stato di disciplinare il corpo, lo spazio vitale, la coscienza (nafs) e il comportamento dei cittadini, sancendo pene che integrano dimensioni spirituali, morali e politiche.
La repressione sistemica in Iran contemporaneo, esacerbata dalla morte di Mahsa (Jina) Amini nel 2022, rappresenta un caso paradigmatico per l’analisi della biopolitica e della necropolitica, in cui lo Stato non esercita solo il potere sulla legge e sull’ordine pubblico, ma direttamente sul corpo, sulla vita e sulla morte dei cittadini. Nel 2024, 664 donne sono state arrestate per l’uso improprio del velo, e condotte nel braccio femminile del carcere di Evin, dove la popolazione femminile detenuta cresce costantemente dal 2022, in un fenomeno che riflette la centralità del controllo dei corpi femminili nel mantenimento del consenso e dell’ordine morale teocratico.
Le attiviste curde subiscono un livello ulteriore di discriminazione, confermando come la marginalizzazione etnica interagisca con il genere e con la dissidenza politica. Evin detiene dissidenti politici, giornalisti, attivisti per i diritti umani e minoranze etniche, e le sue condizioni sono documentate come inaccettabili da Amnesty International, Human Rights Watch e da diverse missioni delle Nazioni Unite, evidenziando come il carcere sia un dispositivo disciplinare e un dispositivo di annientamento simbolico e materiale. Il numero delle condanne a morte nel 2023 è aumentato significativamente, molte delle quali derivanti da processi farsa, e il loro incremento mostra come l’uso della pena capitale sia funzionale al controllo sociale. Tra il 1981 e il 1988 le Nazioni Unite hanno qualificato le azioni iraniane come crimini contro l’umanità e genocidio, documentando stupri di donne prima dell’esecuzione, impiccagioni e lapidazioni. Nel 2024 ventidue detenuti hanno scritto lettere aperte denunciando molestie sessuali durante le perquisizioni, mentre abusi sessuali sono stati compiuti anche sulle mogli dei prigionieri politici, confermando un modello di violenza sessuale sistemica come strumento di dominio, coerente con le analisi di Scott sulle forme sottili di resistenza e di oppressione, e con la letteratura sulla violenza sessuale come arma politica in contesti di conflitto armato.
La Fact-Finding Mission dell’ONU del marzo 2024 ha confermato casi di stupro, fustigazione, bruciature e nudità forzata inflitte ai detenuti in seguito alla morte di Mahsa Amini, e nel 2023 agenti IRG, Basij, polizia e Ministero dell’Intelligence hanno compiuto aggressioni sessuali su donne, uomini e minori durante le proteste. La sessualizzazione della punizione (stupro) serve a riplasmare l’identità del dissidente come essere degradato, impuro, indegno; un processo che mira a isolare l’individuo dalla comunità e a erodere la possibilità di resistenza collettiva. La violenza sessuale diventa quindi uno strumento di guerra sociale, una modalità disciplinare che tiene insieme repressione politica, patriarcato e controllo comunitario.
Un elemento chiave è la sezione 209 di Evin, gestita dal Ministero dell’Interno, descritta come l’ala più dura del regime, in cui i detenuti bendati vengono condotti in un seminterrato con circa novanta celle, luce accesa 24 ore su 24 e una piccola finestra per cella, e dove gli abusi e le violenze sono quotidiani, come documentato da Amnesty International. Questa struttura funziona come un dispositivo necropolitico e di controllo sensoriale, in cui la percezione temporale è annullata, l’identità degradata e il corpo esposto alla tortura fisica e psicologica. Gli agenti del Basij e dell’IRG compiono violenze estreme e atti crudeli in routine normalizzate.
Il regime iraniano costruisce categorie di nemici interni e marginali. Il sistema giudiziario iraniano non soddisfa gli standard internazionali: tribunali rivoluzionari operano a porte chiuse, confische di avvocati indipendenti sono comuni, e le confessioni estorte mediante tortura costituiscono prova legale, confermando la cooptazione del diritto a strumento di repressione. La combinazione di violenza fisica, psicologica e simbolica produce una società sottoposta a paura, atomizzazione e controllo morale, con effetti che permeano la vita quotidiana e la struttura sociale nel suo complesso.
Le donne appartenenti a minoranze etniche rappresentano il punto di convergenza di oppressioni multiple, e la loro detenzione e violenza subita mostrano come genere, etnia e dissidenza politica siano strumenti di stratificazione del potere. La violenza e la degradazione non sono eccezioni, ma strumenti costitutivi della governance teocratica iraniana, dove il carcere, la tortura e la paura producono obbedienza e annullano la capacità di organizzazione collettiva.
Tutto ciò conferma la necessità di leggere la crudele repressione dei rivoltosi come consuetudine di un sistema di dominio che combina violenza fisica, controllo psicologico, esclusione etnica e deumanizzazione sistemica, riproducendo un ordine sociale in cui la vita è costantemente subordinata alla volontà dello Stato, e dove le testimonianze, i rapporti di ONG e le missioni ONU rivelano solo una parte di una realtà molto più ampia e strutturalmente violenta.