Cronaca di un’occasione sprecata
C’è qualcosa di profondamente frustrante nel guardare questo Pescara. È come assistere a un film di cui conosci già il finale, ma speri ogni volta in un colpo di scena che, puntualmente, svanisce al momento del dunque. Contro la Juve Stabia è andato in scena l’ennesimo déjà-vu: il vantaggio, l’illusione, e poi quel lento, inesorabile sgretolarsi sotto i colpi di un avversario che, a differenza nostra, sa esattamente cosa vuole dalla vita.
Certo, bisogna essere onesti. La Juve Stabia non è arrivata all’Adriatico per fare una comparsa; è una squadra vera, quadrata, guidata da un allenatore di cui sentiremo parlare molto presto. E non possiamo ignorare la pressione psicologica che schiaccia le gambe dei nostri ragazzi da mesi. Ma le scuse, ormai, stanno a zero. Non basta più dire “abbiamo giocato bene a tratti” se poi, sistematicamente, butti via le occasioni d’oro che il campionato ti regala su un piatto d’argento.
La partita era iniziata sotto i migliori auspici. Nonostante un avvio di marca stabiese, con un Saio monumentale costretto agli straordinari per blindare la porta, il Pescara era riuscito a trovare la zampata d’autore. È stato Insigne a illuminare lo stadio con un bellissimo gol su punizione: un lampo di classe purissima che ha ricordato a tutti perché il suo nome pesi così tanto. Ma il calcio è un gioco di nervi, non solo di tecnica.
Dopo il vantaggio, invece di azzannare il match, il Pescara si è rintanato nei propri dubbi. L’occasione del raddoppio è capitata sui piedi di Di Nardo, la classica “palla della vita” che avrebbe potuto cambiare il senso della stagione, ma la mira è mancata. E nel calcio, se non chiudi i conti, finisci per pagarli.
Correia riequilibra le sorti della gara su assist di Okoro e il pareggio della Juve Stabia è arrivato come una sentenza annunciata, punendo una difesa che è tornata a sbandare paurosamente, quasi incapace di leggere le solite traiettorie che ci fanno soffrire da mesi.
In questo mare agitato, si salvano in pochi. Oltre al già citato Saio, che ha parato anche l’impossibile, va premiata la prova di Letizia, l’unico a mantenere la bussola in una retroguardia troppo spesso in balia delle onde. Ma il resto della squadra è apparso in totale affanno: un centrocampo fagocitato dal palleggio superiore degli avversari e una mancanza generale di cinismo che fa male.
Alla vigilia, mister Gorgone era stato chiaro: voleva una squadra “cattiva”, una di quelle che non hanno paura di sporcarsi le scarpe, come nelle vecchie battaglie della Serie C di trent’anni fa. Il campo ha risposto con l’esatto opposto. Il messaggio dell’allenatore sembra essersi perso nei corridoi degli spogliatoi.
Non è più una questione di chi hai davanti: appena il Pescara passa in vantaggio, scatta qualcosa che toglie sicurezza e lucidità. È un’incapacità di correggere sbagli che ormai sono diventati abitudini, un limite mentale che spaventa più di quello tecnico.
Restano solo due partite. Due ultime spiagge per salvare una stagione ed evitare di passare l’estate a contare i “se” e i “ma”. Il tempo delle chiacchiere è finito: o si cambia testa adesso, o il peso dei rimpianti diventerà troppo grande da sopportare
Diego Schiazza
