di Paolo De Carolis
La fame di storia mi porta spesso a torturare il telecomando. Poi le storie della storia accendono tutti gli special possibili. Così in una recente puntata di Sorgente di Vita, uno storico programma Rai dedicato alla cultura Ebraica, è andata in scena una vicenda molto suggestiva, anche per la sua forte connotazione abruzzese.
Invece, qui, c’è un Abruzzo che la grande storia spesso dimentica. È quello dei piccoli paesi tra Sangro e Maiella, delle piazze silenziose, delle locande dove si divide il poco che c’è, delle case in cui la sera si ascolta la radio sottovoce per capire come davvero stia andando la guerra.
Ed è proprio in quell’Abruzzo interno, povero ma umano, che Kurt Rosenberg, ebreo polacco internato dal regime fascista, trovò protezione, amicizia e infine salvezza.
La sua vicenda emerge dalle pagine di Tutto iniziò da quel finestrino. La storia di Kurt Rosenberg (Edizioni Croce, 2024), un libro che illumina una storia minore solo in apparenza: quella di uomini e donne comuni che, negli anni più oscuri, seppero scegliere la solidarietà.
Una vita sospesa, ma ancora dignitosa
Nel 1942 Rosenberg vive a Villa Santa Maria, nel Chietino. È internato, non libero, ma la sua condizione gli appare “tutto sommato sopportabile”: ha una stanza, può camminare in paese, leggere, scrivere lettere, coltivare rapporti umani.
Intorno a lui si muove una rete discreta di benevolenza. L’albergatore Don Euclide e altri abitanti trattano gli internati con rispetto. In un’Italia già segnata da privazioni e paura, sono gesti che valgono molto più del loro peso materiale.
Gli amici a Bomba e Torricella
A Bomba alcuni suoi amici internati — Hugo, Romek e Stefel — riescono persino a lavorare in un cementificio e nelle attività locali. Nessuno sembra scandalizzarsi. La comunità assorbe la loro presenza con naturalezza.
A Torricella Peligna, Janek e Wolf si mantengono impartendo lezioni private, riparando impianti elettrici, installando contatori. Ricevono perfino la gestione di un piccolo mulino come compenso.
È un’Italia reale, lontana dalla retorica ufficiale: nei paesi contano l’utilità, la conoscenza reciproca, il buon senso.
Fame, guerra e bugie di regime
Mentre la guerra cambia direzione, anche la vita quotidiana peggiora.
Il pane diventa scadente, spesso mescolato a farine povere; la pasta sparisce; arrivano sfollati dalle città bombardate. I bollettini radiofonici continuano a parlare di avanzate e resistenze eroiche, ma la popolazione capisce che qualcosa si sta spezzando.
Rosenberg registra con lucidità il crollo dell’Asse: El Alamein, Stalingrado, la Tunisia perduta, lo sbarco in Sicilia.
L’umanità di Mr. Compton
Tra le figure più toccanti del diario c’è Compton, internato britannico amatissimo a Villa Santa Maria.
Suona l’organo in chiesa, regala piccoli doni ai bambini, aiuta chi può. Quando viene incluso in uno scambio di prigionieri e internati, il paese lo saluta in lacrime.
Prima di partire lascia a Kurt libri, un regolo calcolatore, una macchina fotografica. Solo dopo si scoprirà che pagava di tasca propria un extra all’albergo perché Rosenberg mangiasse meglio.
Le lettere di Erna
Nel mezzo della guerra continua anche la corrispondenza con Erna Wolf, lontana in Francia.
Dopo mesi di silenzio arrivano nuove lettere. Kurt le scrive chiudendo per la prima volta con parole intime: “Ti abbraccio forte e ti bacio. Il tuo Kurt.”
Lei risponde con una frase semplice e struggente: “Finalmente ci sono i baci, peccato che siano solo sulla carta.”
Perfino in un tempo di deportazioni e fronti militari, l’amore trova il modo di esistere.
Il 25 luglio: il fascismo cade, la guerra no
Nel luglio 1943 giunge la notizia della caduta di Mussolini. In tutta Italia si festeggia. Anche nei paesi d’Abruzzo si spera nella fine imminente del conflitto. I distintivi fascisti spariscono in fretta dalle giacche.
Ma la guerra continua.
L’8 settembre viene annunciato l’armistizio. Gli internati sono formalmente liberi, ma nessuno si sente davvero al sicuro. L’esercito italiano si dissolve, il re fugge, i tedeschi occupano rapidamente gran parte della penisola e liberano Mussolini, che darà vita alla Repubblica Sociale.
L’Italia si spezza in due.
La scelta di Torricella Peligna
Il caos cresce a Villa Santa Maria. Soldati sbandati, fughe improvvise, truppe tedesche in movimento.
Rosenberg decide allora di spostarsi a Torricella Peligna, ritenuta più sicura: lontana dalle strade principali e con una popolazione considerata in maggioranza antifascista.
Raggiunge a piedi Wolf e Janek. Vivono modestamente ma insieme, cucinano da soli, dividono il poco disponibile. È una parentesi fragile di normalità.
La fuga nel bosco
Il 25 settembre 1943 la situazione precipita.
Arrivano reparti tedeschi della Feldgendarmerie. Rosenberg, Janek e Wolf scappano nei boschi insieme ad altri internati e giovani italiani che temono rastrellamenti, lavori forzati, deportazioni.
Li ospita un contadino chiamato zio Carmine, emigrato anni prima in America, dove aveva conosciuto famiglie polacche. Racconta che durante la Prima guerra mondiale suo figlio era stato salvato da polacchi e che ora vuole restituire quel debito morale.
È uno dei passaggi più alti dell’intera vicenda: la solidarietà come catena che attraversa i decenni e i continenti.
Per avvisare della presenza dei tedeschi, dal paese viene esposto un lenzuolo visibile dal bosco. Quando il lenzuolo sparisce, significa cessato pericolo.
Una semplice forma di resistenza civile.
Nel rifugio con Alba de Céspedes
Nel bosco Rosenberg incontra altre persone in fuga: studenti, disertori, un ufficiale inglese evaso e perfino la scrittrice Alba de Céspedes, futura grande voce della letteratura italiana.
Quel rifugio improvvisato diventa il ritratto di un’Italia diversa: perseguitati, antifascisti, stranieri, contadini e intellettuali uniti dalla necessità di sopravvivere.
Il passaggio del fronte
I giorni passano, ma gli Alleati tardano ad arrivare. In lontananza si vedono i bagliori dei combattimenti verso la costa di Termoli.
Nasce allora un dilemma: attendere o tentare l’attraversamento del fronte lungo il Sangro.
Il 23 novembre 1943 arriva l’aiuto decisivo. Un uomo di Bomba, Fioravante, si offre di guidare piccoli gruppi oltre le linee tedesche. Lo fa anche incoraggiato dai proclami alleati che promettono ricompense a chi salva prigionieri e internati.
Rosenberg parte di notte. Attraversa sentieri fangosi, una frana pericolosa, zone vicine alle postazioni tedesche. Si riposa in un pollaio abbandonato. All’alba guada il Sangro, con l’acqua bassa.
È dall’altra parte del fronte.
A Bomba trova il paese quasi deserto. Gli amici se ne sono andati. Gli dicono che a Atessa, a pochi chilometri, ci sono truppe neozelandesi.
Riprende il cammino. Questa volta, verso la libertà.
Forte e gentile, davvero
La storia di Kurt Rosenberg non assolve il fascismo, né attenua le responsabilità della persecuzione. Ma mostra che dentro quel sistema vissero anche italiani capaci di scegliere diversamente.
Contadini che nascondono fuggiaschi. Donne che fanno da staffetta. Amici che dividono il cibo. Paesi che chiudono un occhio. Comunità che proteggono invece di denunciare.
L’Abruzzo di quelle pagine fu davvero forte e gentile.
Non cambiò da solo il corso della guerra. Ma cambiò il destino di uomini concreti. E questo, nella storia morale di un Paese, conta immensamente.
