Garlasco: quando il dubbio diventa dogma

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Perché Garlasco? Perché questo fiorire di trasmissioni sul caso, anzi, sull’inchiesta? Perché una compagnia di giro, forse con meno talento di quella raccontata da Alberto Sordi e Monica Vitti in Polvere di stelle, tiene banco su tv, social, podcast e chi più ne ha più ne metta?
Perché alcuni avvocati che evidentemente si sentono fuori posto si sottopongono ad autentiche canee in cui la competenza tecnica e la conoscenza delle carte sono un minus, di fronte a opinionisti che da un paio d’anni vivono in tv e ci vivono, tra ospitate e milioni di click?
Perché, pur non essendoci sprovveduti tra i partecipanti a questo circo, alcuni di loro scelgono di recitare una parte in questa commedia, il cui risultato è sostituire il diritto, la civiltà giuridica, il merito di un’inchiesta con delle illazioni?
Per abbozzare una risposta, bisogna partire da una parola: dubbio. Che cosa è diventato? Può ancora essere considerato una categoria della conoscenza?
Il dubbio è uno strumento della ragione. E’ la capacità di interrogarsi e di farlo all’infinito perché la ragione non conosce una domanda che possa essere l’ultima. Al contrario “i dubbi” di cui si alimenta il circo intorno a Garlasco sono una serie di domande fatte da chi crede di conoscere la risposta. Qualcosa che ha in sé il dogma, quello del discredito, dell’insinuazione.
Posso provare a comprendere il moto irrefrenabile che si è scatenato intorno alle inchieste di Garlasco, partendo da cosa non c’è. Non c’è la ricerca di verità. Semmai la verità è un pretesto. Flaiano, con intelligenza fulminante, descrisse il rapporto degli italiani con la verità, anzi con le verità.
Sciascia osservava che gli italiani preferiscono il giallo al thriller: baloccarsi nella ricerca del colpevole, scrivendo e riscrivendo una storia piuttosto che agire perché colpevoli non ce ne siano.
Con la vicenda Garlasco stiamo assistendo ad una ridda di insinuazioni che nulla hanno a che fare con la categoria del dubbio e tutto con il sottile venticello.
Quella di Garlasco è una vicenda che racconta la percezione che gli italiani hanno della Giustizia. Una percezione che vede nella ragione un pericolo mortale, la kryptonite per Superman.
Questa massiccia presenza di psichiatri nelle trasmissioni su Garlasco, l’autorevolezza di cui godono quando tra avvocati e magistrati parlano dei diari di Andrea Sempio ha un significato preciso. A questi professionisti si chiede di fornire una copertura scientifica al pregiudizio. Il pregiudizio secondo cui chi è una certa cosa ha anche l’immanente attitudine a commettere un reato.
Sta ad indicare l’idea di Giustizia che sta prevalendo e che riscuote un consenso ormai plebiscitario.
E’ il segnale che stiamo tornando ad un momento storico in cui la Giustizia non era Giustizia.
Aveva un altro nome. Era un’altra cosa.
Gli uomini dovevano difendersi per quello che erano e non dai fatti che si riteneva avessero commesso.
Tutto questo non è nato con le inchieste di Garlasco.
Sono ormai decenni che quel che si è prevale su quel che si fa.
Garlasco e l’avanspettacolo a cui stiamo assistendo non dicono nulla di nuovo, salvo che tutto questo è diventato talmente evidente da non poter più essere ignorato.

Andrea Granata