La notte in cui Ali ci spiegò il successo

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Stasera, durante un corso di public speaking, mi hanno dato un esercizio: iniziare un discorso con una domanda retorica e scegliere un argomento, a me è toccato il successo. Ho girato a vuoto per minuti, ma poi, d’improvviso…
Preferisci avere successo? Essere o sentirti riconosciuto? Oppure non essere visto, ignorato, nessuno?
Io non lo so. Non lo so, perché per me una delle immagini più iconiche del successo è legata a un momento di solitudine e dolore.
Penso a quella che considero la più bella scena di esultanza sportiva, sicuramente tra le più intense della storia dello sport.
Ho davanti agli occhi la scena di Muhammad Ali che, nel 1974, nella notte di Kinshasa in quello che fu definito Rumble in the Jungle batté contro ogni pronostico George Foreman. Sono passati più di cinquant’anni da quella notte, ma le immagini immediatamente successive al knockdown di Foreman continuano a raccontarci di un pubblico, forse di un intero pianeta in delirio per Ali.
Il telecronista dell’epoca, ormai consegnato alla leggenda, letteralmente in trance urla a bordo ring: “Ali lo ha fatto. Ali ha fatto l’impossibile.”.
Eppure, mentre il delirio per quel trionfo inaspettato sembra non poter avere fine, succede qualcosa che inspiegabilmente sembra cancellare o ribaltare tutto.
Ali allontana in modo brusco chi gli era intorno e stava festeggiando. Va da solo verso il centro del ring. Si siede per terra. È solo, circondato dal suo trionfo. Solo con dolore che va oltre tutto quello che sta succedendo intorno a lui.
Non so se questa possa essere una metafora della vita. Credo però che in quegli attimi ci sia il senso dell’essere vivi.
Andrea Granata