di Paolo De Carolis
Ci sono allenatori che vincono campionati e allenatori che costruiscono miracoli. Marco Cavicchia appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
L’ultima impresa porta la firma del tecnico di Montesilvano e ha il sapore delle favole sportive più belle: la salvezza del Mutignano. Un risultato che, guardando la classifica e le condizioni della squadra al momento del suo arrivo, sembrava francamente impossibile.
Quando Cavicchia è subentrato in panchina, il Mutignano era immerso in una situazione disperata. Una squadra con limiti evidenti, un organico numericamente ridotto e poche certezze. Lui, però, non si è lasciato impressionare. Ha fatto ciò che gli riesce meglio: lavorare, trasmettere fiducia e organizzare il gruppo.
Il primo capolavoro è arrivato al termine della stagione regolare, quando è riuscito a trascinare i teramani fuori dalle sabbie mobili della classifica conquistando una salvezza che sembrava ormai sfuggita. Ma il destino aveva in serbo un’altra beffa. Il fallimento del Chieti ha riscritto graduatorie e verdetti, costringendo il Mutignano a giocarsi tutto ai play out.
Una mazzata che avrebbe piegato chiunque.
Non Cavicchia.
Con serenità e competenza ha rimesso insieme i cocci, ha ricompattato l’ambiente e ha preparato la sfida decisiva contro l’Atessa. A Ortona è andata in scena l’ennesima dimostrazione della sua bravura: vittoria, salvezza e festa biancazzurra. Un successo meritato, costruito con idee, organizzazione e spirito di sacrificio.
Chi conosce Marco sa che dietro questo risultato non c’è alcun caso. Da allenatore ha sempre ottenuto risultati superiori alle aspettative, valorizzando giocatori e gruppi spesso considerati inferiori agli avversari. Stavolta, però, si è davvero superato.
Del resto il calcio ce l’ha nel sangue. Figlio di Pasquale Cavicchia, una delle prime grandi glorie abruzzesi del calcio italiano, protagonista con maglie prestigiose come quelle di Fiorentina e Padova, Marco è cresciuto respirando calcio sin da bambino.
Anche la sua carriera da calciatore racconta molto del suo talento. Dal Giulianova è approdato infatti alla Juventus dei giganti. Quella di Stefano Tacconi, Roberto Baggio e Totò Schillaci. Un’esperienza che gli ha lasciato in eredità cultura del lavoro, mentalità vincente e conoscenza del gioco.
Qualità che oggi mette al servizio delle sue squadre con umiltà e competenza. Chi ha seguito quest’anno il programma “1936” su ForzaPescara.com e Teleregione, canale 17 del digitale terrestre per Abruzzo e Molise, ha potuto apprezzarne non soltanto la preparazione tecnica, ma anche le qualità umane, la capacità di analisi e la misura nei giudizi.
Doti sempre più rare nel calcio moderno.
Per questo la salvezza del Mutignano non rappresenta soltanto una pagina importante per il club teramano. È anche l’ennesima certificazione del valore di un allenatore che continua a fare risultati ovunque vada.
A questo punto una domanda nasce spontanea: cosa deve ancora dimostrare Marco Cavicchia per meritare una panchina nel calcio professionistico?
Se il calcio sa ancora premiare merito e competenza, la risposta dovrebbe arrivare presto.
Perché certi miracoli non accadono per caso.

