Micheal Woods iscrive il suo nome tra i vincitori sul mitico Puy de Dome

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di Davide Pitocco

La tappa n.9 arriva sul Puy de Dome. Arrivo in salita piuttosto impegnativa e gli appassionati delle due ruote si aspettano battaglia tra i migliori. Dopo 35 anni il Tour de France torna sul Puy de Dome, una delle montagne sacre della Grande Boucle. La giornata è molto calda e sicuramente questo potrà essere un aspetto determinante per la vittoria finale.

Immediatamente prende corpo una fuga di 14 corridori: Powless (Ef Education EasyPost), Jorgenson e Izagirre (Movistar Team), Mohoric (Bahrain-Victorious), Berthet (AG2R Citroën Team), Woods e Boivin (Israel – Premier Tech),  Campenaerts (Lotto Dstny),  De la Cruz e Lutsenko (Astana Qazaqstan Team),  Abrahamsen e Gregaard (Uno-X Pro Cycling Team),  Burgaudeau e LaTour (TotalEnergies). Il gruppo non se ne preoccupa ed il vantaggio arriva a toccare i dieci minuti.

Questa è la salita del grande duello tra Anquetil e Poulidor: Poulidor, staccato in classifica da Anquetil di 56 secondi, attaccò sul punto più duro dei 14 km di salita, ma il rivale resistette, arrivando addirittura ad affiancarlo per molte centinaia di metri come per intimorirlo e dirgli “non mi stacchi”. Ma Poulidor all’ultimo chilometro attaccò ancora e stavolta Anquetil cedette. Il suo distacco dal rivale all’arrivo fu di 42 secondi e restò quindi in maglia gialla per soli 14 secondi, mettendo poi il sigillo sul suo quinto Tour nella cronometro finale di Parigi. Arrivò secondo a 55 secondi e quel Tour, paradossalmente, lo perse proprio sul Puy de Dome, quando riuscì troppo tardi a staccare il rivale, che aveva tirato fuori anche le energie che non aveva, Un duello pazzesco su una salita pazzesca che resterà per sempre nella storia del ciclismo e dello sport mondiale.

Per tornare alla cronaca della corsa sia Ciccone che il suo capitano Skielmose hanno tentato di infilarsi nella fuga, ma senza successo. Perdere queste occasioni è veramente una disdetta, perché con il gruppo che ha lasciato il via libera, difficilmente i battistrada potranno essere ripresi. L’algoritmo interpellato infatti segna il 75% di possibilità che i fuggitivi arrivino al traguardo. Il Tour è ancora molto lungo, quindi sia la Jumbo che le altre squadre dei Big non si impegneranno in uno sforzo sovrumano per colmare il divario e infatti la squadra della maglia gialla mantiene un ritmo blando, complice come è già stata ribadito del gran caldo. C’è da aggiungere che Pogacar di solito soffre le temperature troppe elevate e quindi cresce l’attesa per la scalata del Puy de Dome.

La cima è un vulcano dormiente diventato patrimonio dell’umanità dall’Unesco, perché è possibile ricostruire gran parte della storia biologica dell’umanità intera. Infatti soltanto pochi giornalisti sono arrivati in cima con un trenino elettrico e anche le ammiraglie si dovranno fermare e i corridori saranno accompagnati solo dall’auto dell’organizzazione. Oltre a Coppi anche Gimondi è riuscito a primeggiare su questo arrivo, un tempo si saliva per una vera e propria mulattiera, ora fortunatamente la strada anche se stretta è stata comunque asfaltata. Essendo poi parco naturale, nessun tifoso è riuscito a salire negli ultimi quattro chilometri, proprio per preservare la natura di questo Parco.

Dopo la barriera la salita ha pendenze che non scendano mai sotto il 12%, la strada gira attorno al vulcano, anche se chi la percorre ha l’impressione che si pedali su una strada rettilinea. Certamente i corridori non avranno la possibilità di ammirare il paesaggio.

Intanto Powless transita per primo sul GPM del Col de Felletin. Per gli sconfitti tra qualche km si torna a salire sulla Cote de Pontcharraud, altro quarta categoria da 1800 metri al 4,6%.  Vale la pena ricordare cosa è avvenuto in quel famoso 1952. Coppi aveva già saldamente in mano il Tour. Doveva controllare Robic, ma quell’anno il piemontese aveva una forma eccezionale. Bartali invece purtroppo festeggiava le 38 primavere e quel giorno il Puy de Dome cadeva in occasione del suo compleanno. Gli italiani al Tour compatti volevano una vittoria del grande Ginettaccio nazionale. Bartali va in fuga assieme a Nolten e al francese Giminiani, ma quando arrivano alle falde del vulcano, le sue dure asprezze vincono i polpacci d’acciaio del possente toscano. Nolten sembra più pimpante, complice anche la giovane età, e stacca i compagni di fuga che invece faticano. Coppi informato di ciò, non vuole che a primeggiare sia un olandese ed allora parte, la distanza sembrerebbe incolmabile, ma Giminiani a fine tappa dirà: Quando ho visto Coppi salire sul Puy de Dome sembrava una motocicletta.

E così nonostante gli sforzi e le speranze di Nolten, l’airone italiano vola e taglia per primo il traguardo.

Nella fuga purtroppo non ci sono atleti italiani. Molte squadre sono rimaste spiazzate dall’atteggiamento rinunciatario delle squadre dei big che hanno lasciato il via libera alla fuga sin dai primi chilometri, in questo non hanno potuto inserire uomini per giocarsi sia i traguardi intermedi che quello finale. Intanto i battistrada continuano a guadagnare ed ora sono a 11’47’’. Trapela la sensazione che i corridori vogliano arrivare ai piedi della mitica montagna senza grossi scossoni per giocarsi poi il tutto per tutto negli ultimi infernali quattro chilometri e il ragionamente accomuna tanto la maglia gialla ed i suoi diretti avversari, quanto i 14 uomini in fuga, tra i quali probabilmente si giocherà la vittoria di tappa.

Il terzo GPM di giornata viene conquistato da Powless. Questa la classifica degli scalatori: 1 – Powless 40; 2. Gall 28; 3. Johannessen 26; 4.  Guerreiro 22; 5. Pogacar 19. 

Jorgenson, Lutsenko, Burgaudeau e Woods tentano di prendere vantaggio in vista della salita del Puy de Dome. Ma sono solo 5 i secondi e vengono subito ripresi. Però Jorgenson ci prova ancora e questa volta guadagna secondi importanti, frazionando il gruppo dei fuggitivi.

La situazione è questa: Burgaudeau, Mohoric, De La Cruz e Powless a 17″ da Jorgenson. Gli altri inseguitori sono a 44″, il gruppo a 14’32” a 34 km dall’arrivo.

Nel frattempo il gruppo maglia gialla fa registrare un ritardo di 15’19’’.

I fuggitivi iniziano la salita. Il gruppo marcia con circa 12 km di svantaggio. I primi chilometri salgono in modo costante al 7%. I corridori si bagnano a causa del forte caldo.

Jorgenson si trova nel tratto più leggere. Pedala in solitaria. Guarda il misuratore di potenza e nel frattempo cerca di recuperare le forze. Powless e Mohoric inseguono con circa un minuto di ritardo. Nel gruppo maglia gialla le squadre iniziano a prendere le migliori posizioni: Jumbo, Ineos e UAE si dispongono in modo ottimale per affrontare le pendici del Puy de Dome. Il ritmo adesso è cresciuto. Jorgenson si trova a 5 km. Alza la testa e tra la fatica ed il sudore vede la cima dove è posto il tempio di Mercurio, ma soprattutto il traguardo e la montagna appare altissima e lontanissima, tenendo presente la breve frazione di strada che li separa. A breve termineranno le transenne e i corridori saranno in solitaria, senza ammiraglie, solo con il conforto delle radioline.

Jorgenson sta spingendo un 36\28, la sua pedalata è agile, ed ora è lui da solo in un silenzio che ronza nelle orecchie. Nello sforzo delle fasce muscolari si evince la fatica di questi ultimi quattro chilometri. Dietro nonostante Powless stia scandendo il ritmo non riescono a recuperare granché. I gialloneri della Jumbo alzano l’asticella della velocità e fanno selezione.

Intanto Mohoric scatta e guadagna sette secondi. Il battistrada procede sempre seduto sulla sella con una cadenza abbastanza costante. Woods rinviene a doppia velocità e riprende Powless e ora punta Mohoric.

Dietro la UAE si mette in testa: Soler di volta e chiede qualcosa a Pogacar, sembra quasi aver chiesto l’autorizzazione per aprire il gas e selezionare gli avversari, ma poi subito le api giallonere si mettono in testa. Pogacar battezza costantemente la ruota di Vingegaard.

In testa Woods, dopo il violentissimo sforzo iniziale, non riesce a guadagnare tanto su Mohoric che a fatica mantiene la seconda posizione. Tornando indietro nel gruppo maglia gialla i corridori sono decimati, ne sono rimasti 6 o 7, tutti appartenenti alle prime posizioni della generale. Si corrono due corse in parallele: una per la vittoria di tappa e una per la maglia gialla. Kuss aumenta il ritmo. Ma torniamo in testa: Woods ha ripreso e superato Mohoric ed ora vede nel mirino Jorgenson, che non può reagire, ma solo sperare che quella linea bianca arrivi il prima possibile, perché mancano 783 mt infernali.

Jay Hindley si stacca dal gruppo maglia gialla. Woods ha ripreso le ruote del battistrada e scatta immediatamente verso una vittoria che lo catapulterà nella gloria del ciclismo. Jorgenson non ha la forza di reagire, ha già dato tutto in precedenza. Il cambio di ritmo del canadese in testa è stato micidiale. Conduce danzando sui pedali con il sorriso di chi sta per tagliare il traguardo. Secondo arriva Latour con 20’’ di ritardo. Terzo Mohoric e quarto Jorgenson.

Torniamo al gruppo maglia giallo: sta pagando tantissimo Hindley che si è staccato. Kuss sta scandendo ancora il passo. Pogacar si tocca il sopracciglio. Rodriguez rimane a ruota. Il compagno della maglia gialla termina il suo lavoro, ma nessuno prende l’iniziativa. Leggero e velleitario cambio di ritmo di Simon Yates. Pogacar si alza sui pedali e cambia velocità. Il danese rimane sulla sella, ma segue l’avversario. Lo sloveno mantiene la velocità di prima e Vingegaard non ce la fa e si volta all’indietro, segnale netto e preciso che sta soffrendo. Invece la maglia bianca sta salendo. Quando il danese prova a rientrare, lo sloveno allunga. Sono circa 6 secondi che separano i due rivali. Si volta all’indietro e controlla. Allunga ancora in un silenzio irreale per due corridori che sono abituati a fendere una folla esultante. Vede il traguardo e prova a fare una volata nell’ultima rampa e guadagna 7’’ alla fine.

Quindi per concludere Vingegaard mantiene la maglia gialla, ma per la seconda volta è stato staccato dalla maglia bianca ed ha perso sette secondi. Invece Hindley ha perso diverse posizioni. La vittoria finale è quanto mai aperta, ma è comunque un discorso a due.