
C’è un momento preciso, poco dopo il tramonto, in cui l’aria di Chieti cambia consistenza. Non è solo il freddo che scende dai monti o l’umidità che risale dall’Adriatico verso il colle; è un’attesa collettiva che sa di incenso, cera sciolta e storia antica. Se vivi tra Chieti e dintorni, sai che la Processione del Venerdì Santo non è “solo” un evento religioso: è il battito cardiaco di un intero territorio che, per una notte, smette di correre e si ferma a guardarsi dentro.
Camminare lungo il Corso Marrucino quest’anno significava immergersi in un fiume umano dove il confine tra il sacro e il sociale è diventato sottilissimo.
Il vero protagonista, lo sappiamo, è il Miserere. Ma non chiamatelo semplicemente “musica”. Quando le note di Selecchy iniziano a vibrare tra le mura dei palazzi storici, succede qualcosa di magico. È come se si attivasse un codice condiviso che mette d’accordo tutti: il manager in carriera, lo studente fuori sede tornato per le feste e l’anziano che non ha saltato una processione in ottant’anni.
Vedere centinaia di musicisti e cantori avanzare nel buio non è solo folklore; è la dimostrazione plastica di come una comunità riesca ancora a produrre bellezza collettiva. È l’antitesi dell’isolamento da smartphone, un’esperienza “live” nel senso più profondo del termine.
Nonostante qualche capriccio del meteo che ha purtroppo fermato altre celebrazioni nella regione, come a Vasto, Chieti ha tenuto botta. Ed è interessante notare come l’area metropolitana risponda a questo richiamo. Le navette piene, i parcheggi di scambio intasati e i ristoranti sold out ci dicono che esiste un’economia della tradizione che è solida quanto quella del comparto industriale della Val Pescara.
È il turismo dell’identità: gente che non viene qui per scattare un selfie veloce, ma per farsi attraversare da un’emozione che ha radici millenarie.
Ciò che emerge con forza da questo Venerdì Santo 2026 è la capacità di resilienza di un rito che non invecchia. Le Confraternite, spesso viste come mondi chiusi, si confermano invece come incubatori di partecipazione sociale. Dietro quei cappucci ci sono professionisti, operai, giovani: è lo spaccato di una società che, nonostante le crisi e i cambiamenti, sente ancora il bisogno di raggrupparsi attorno a un simbolo comune.
In fondo, la forza di questa serata sta tutta qui: ricordarci che, tra una scadenze lavorativa e un progetto urbanistico, siamo ancora capaci di commuoverci davanti a una candela che trema nel vento e a un canto che sale verso il cielo. Chieti ha fatto il suo dovere, ancora una volta, regalandoci quella necessaria dose di meraviglia che serve per affrontare il resto dell’anno.
Diego Schiazza