di Paolo De Carolis
Nello spazio raccolto e luminoso di Spazio Bianco, la mostra Sicania di Giorgio Rizzo si è aperta con un vernissage partecipato, attraversato da volti curiosi, appassionati d’arte e osservatori silenziosi che hanno lasciato lo stupore sospeso davanti alle tele dell’artista catanese. Un’esposizione che non si limita a mostrarsi, ma che pretende ascolto, tempo, immersione.
Fin dai primi lavori esposti emerge con chiarezza la cifra stilistica di Rizzo: un tratto elegante, morbido ed estremamente efficace, capace di costruire figure che sembrano apparire dalla materia stessa della tela. Oro, cenere dell’Etna e caffè diventano strumenti pittorici e simbolici insieme, elementi vivi di una narrazione che attraversa identità, memoria e rinascita.
La chiave di lettura dell’intera mostra è la figura femminile. Non musa passiva, né semplice corpo estetico, ma presenza archetipica, forza generatrice, coscienza capace di decodificare il mondo e i suoi misteri. Le donne di Rizzo abitano uno spazio sospeso tra sacro e umano, tra ferita e rivelazione. Sono figure che custodiscono simboli, attraversano soglie interiori, incarnano resistenza e trasformazione. In questo senso Sicania diventa molto più di una mostra pittorica: è un percorso spirituale e identitario.
Ed è proprio il quadro Sicania — cuore ideale dell’intero progetto — a interpretarne più profondamente il messaggio. Qui la Sicilia evocata da Rizzo non è quella folkloristica o cartolinesca, ma una terra interiore, ancestrale, “la pelle sotto la pelle”, come viene definita nel catalogo della mostra. La “Sicania” di Rizzo è origine e sopravvivenza, ventre primigenio, memoria arcaica che continua a parlare attraverso il femminile. Una Sicilia simbolica e universale, che si libera degli stereotipi per farsi anima.
La forza dell’esposizione sta anche nella coerenza poetica dell’intero corpus di opere. L’artista non dipinge semplicemente corpi o posture: dipinge stati dell’essere. Tele come Libertà, Il tempio, Spazio o La muta raccontano il bisogno di emancipazione interiore, il silenzio che diventa potere, la possibilità della rinascita attraverso il dolore e la consapevolezza.
Il nero vulcanico della cenere etnea, cifra distintiva della pittura di Rizzo, non è mai oscurità definitiva ma materia fertile, magma originario da cui tutto può rinascere. L’oro, invece, illumina le ferite e le trasforma in tracce preziose di esperienza vissuta. Il risultato è una pittura intensamente simbolista, colta e profondamente contemporanea, in cui il segno conserva sempre una dimensione emotiva e quasi musicale.
Nelle sale di Spazio Bianco si respirava la sensazione rara di trovarsi davanti a opere capaci di interrogare davvero chi guarda. Non una semplice esposizione, dunque, ma un attraversamento emotivo. Giorgio Rizzo consegna al pubblico una mostra intensa e stratificata, in cui la bellezza non è mai decorazione, ma strumento di verità. E il pubblico del vernissage lo ha percepito chiaramente, sostando a lungo davanti alle tele, quasi a cercare in quei corpi senza volto una parte nascosta di sé.
