di Paolo De Carolis
C’è chi propone di alleggerire i programmi scolastici, chi di renderli più moderni, chi di sostituire i “mattoni” con letture più vicine ai giovani. Fin qui, il dibattito è legittimo. Ma quando tra i nomi sacrificabili spunta I Promessi Sposi, allora viene da pensare che qualcuno abbia scambiato il ministero dell’Istruzione per il banco delle svendite di fine stagione.
E la faccenda suona ancor più stonata se certe suggestioni arrivano da una coalizione di centrodestra che, almeno in teoria, dovrebbe trovare nei principi e nei valori di Alessandro Manzoni — il caro Don Lisander — pane quotidiano. Responsabilità, giustizia, centralità della persona, critica degli abusi di potere, rispetto della tradizione senza rinunciare al rinnovamento morale: c’è materiale sufficiente per un intero congresso programmatico. E invece no: si pensa di pensionarlo.
Viene quasi da immaginare, per reazione, un piccolo esercito letterario guidato dalle vibranti invettive del Vate, Giosuè Carducci, lanciato alla difesa del romanzo nazionale. Scena anacronistica, certo, ma meno assurda dell’idea di eliminare Manzoni dalle scuole.
Perché I Promessi Sposi non è soltanto un libro. È una palestra di vita. È il primo grande romanzo scritto in quella lingua italiana che parliamo ancora oggi, limpida, comprensibile, capace di unire il Paese ben prima delle autostrade e dei social network. È il testo che ha insegnato a intere generazioni non solo a leggere meglio, ma a capire meglio il mondo.
Il problema sarebbe forse di natura teologica? Curiosa obiezione. Manzoni non fa sconti a nessuno. Nel romanzo ci sono santi autentici e religiosi mediocri, uomini di fede e uomini di potere travestiti da fede. Fra Cristoforo e don Abbondio stanno lì, da due secoli, a ricordarci che la Chiesa è fatta di luci e ombre, come ogni istituzione umana. Dov’è lo scandalo?
Oppure disturba il fatto che i protagonisti siano due giovani di estrazione popolare? Renzo e Lucia non sono nobili, non sono eroi da salotto, non parlano dai palazzi ma dai cortili. È il popolo che entra nella grande letteratura da protagonista. Anche questo non va bene?
E poi c’è il cuore eterno del romanzo: il mondo dei potenti e dei prepotenti. Don Rodrigo, l’Azzeccagarbugli, i bravi, i pavidi, gli opportunisti. Figure antiche solo nei vestiti, modernissime nei comportamenti. Chi non ne incontra ancora oggi, in ufficio, nella politica, nella burocrazia, nei piccoli soprusi quotidiani? Manzoni li mette in scena con una chiarezza così palmare da renderli immediatamente riconoscibili. Ed è proprio per questo che il libro resta utile: ci allena a distinguere il bene dal male, il coraggio dalla vigliaccheria, la giustizia dalla convenienza.
Sui Promessi Sposi si sono formate generazioni di professionisti, insegnanti, medici, avvocati, tecnici, cittadini che hanno dato lustro all’Italia. Non perché ricordassero a memoria la monaca di Monza, ma perché avevano imparato a pensare, a leggere tra le righe, a cogliere i meccanismi del potere e della coscienza.
Se dovessi darmi una spiegazione — alla luce di ciò che ho visto e continuo a vedere dopo 43 anni d’insegnamento di Materie letterarie, per lo più nei licei — ne trovo una sola: oggi si tende a scartare tutto ciò che richiede impegno. Si preferisce il rapido al profondo, il facile al formativo, il riassunto al ragionamento.
Ed è una ragione molto triste. Perché togliere Manzoni non significherebbe liberare gli studenti da un peso, ma privarli di uno strumento. E in tempi di superficialità crescente, servirebbero più Promessi Sposi, non meno.
