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      Di Lorito, il pensiero piccolo del parroco di campagna che alle elezioni pensò (sbagliando) di farsi vescovo

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      In nomine Patris et filii…

      Chiuse le urne, preso atto dei verdetti, prima di pensare a chi ha vinto è giusto gettare uno sguardo su chi ha perso. Un po’ perché i perdenti ispirano tenerezza e un po’ perché indagare su una bocciatura sa essere intrigante. A me, ad esempio, intriga tanto Luciano Di Lorito, candidato per il Pd alla Camera dei deputati, collegio Pescara Teramo, il cui pizzetto d’antan, sottile come la sua vocina, ha del clericale. Di Lorito, apprezzato sindaco di Spoltore per un decennio, ha puntato la comunicazione elettorale sulla sottolineatura, oltremodo noiosa, dell’essere stato sindaco. Difficile parlare di genialata perché nel ripetere sempre e solo che ha amministrato 20mila anime, Di Lorito ha certificato, verso i potenziali elettori, di non poter essere valido per qualcosa di più grande. Del resto, il suo cimento con la Nuova Pescara, la prima e unica cosa davvero grande di cui si è occupato, è stato un disastro. Era lì che il parroco (inteso come amministratore di anime) di campagna (nel senso della dimensione non metropolitana) doveva porre le basi per diventare vescovo. Invece, Luciano Di Lorito ha celebrato un’insopportabile messa, poco comprensibile tanto da sembrare latino, ad esclusivo uso e consumo dei pochi fedeli della sua parrocchia. Quel ripetere, tiro su una sintesi, “che la Fusione non deve essere fatta e, se proprio deve, il più tardi possibile” è stato stucchevole. Una nenia inintelligibile per gli altri possibili fedeli, a Montesilvano e, soprattutto, a Pescara.

      Iudica me, Deus, et discerne causam meam

      Peraltro non è passato in secondo piano che, a un certo punto, poco prima della conclusione del suo secondo mandato, Di Lorito abbia cercato di rimediare ai danni cagionati alla Fusione con il suo ostracismo. Ha cominciato ad asserire che la Nuova Pescara andava fatta, nei tempi dettati dalla Legge regionale, e per vari motivi, non ultimo l’urgenza di essere grandi e importanti per non perdere i fondi del Pnrr. E ti ci sono voluti anni per capirlo? Osteggiare la nuova città non gli ha certo portato le simpatie dei pescaresi né lo ha aiutato l’abbraccio con Cardinal D’Alfonso, il Luciano eletto, che nelle alleanze elettorali prende con due mani ed elargisce con il mignolo.

      Quia peccavi nimis cogitatione, verbo et opere…

      Ma Di Lorito pensava davvero di farsi vescovo, con la benedizione della curia piddina di Roma, dopo gli errori commessi con la Nuova Pescara e correndo per un partito, appunto il Pd, in evidente stato confusionale? Ma certo che lo pensava, altrimenti non si sarebbe lanciato. Ovviamente, sul piatto della bilancia va messo pure un arido calcolo politico: nel 2024 in Abruzzo ci saranno le Regionali e i candidati trombati alle Politiche faranno valere le loro ragioni per ottenere una seconda possibilità. Uno scranno in Regione, lo evidenzio per malizioso dovere di cronaca, vale una barca di soldi. Attenzione, però: se le argomentazioni di Di Lorito saranno sempre e sole quelle di un parroco di campagna, lo stesso Pd avrà qualche perplessità nel ripresentarlo.

      Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa…

      Tempo per rimediare agli errori strategici e di comunicazione ce ne sarebbe. Resta da capire se Di Lorito abbia la lungimiranza e la personalità per disimpegnarsi dalla strategia della difesa a oltranza da ogni cambiamento che ha irretito e irretisce il Comune di Spoltore. Sarebbe bello ascoltare una nuova messa, nella quale non si sentano solo lagnanze, ma vengano affrontati i problemi veri, come il potenziamento dell’ospedale Civile, il miglioramento dell’anacronistica rete dei trasporti pubblici, la progettazione e la realizzazione delle opere necessarie per il miglioramento della vita di una comunità di 200mila neo pescaresi. Insomma, serve qualcosa di significativo e moderno per giustificare concretamente il desiderio di un parroco di campagna, sia pur intelligente e capace come Di Lorito, di farsi vescovo. Anche i gesti simbolici sono importanti. Comincerei, se posso permettermi un consiglio, col tagliare il pizzetto d’antan.

      Ite, missa est!

      di Libero de Foscolo Ortis

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